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Susanna Tamaro

Riflessioni di una vita

di Francesco Maria Menghi

Numero 271 - Giugno 2026

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Intervista a cuore aperto con una delle più grandi scrittrici italiane. Che, dopo tanto successo, ha ancora tanto da dire e raccontare…


Susanna Tamaro nasce a Trieste nel 1957 ed è l’autrice di uno dei più straordinari successi della letteratura italiana, “Va’ dove ti porta il cuore”. Tradotto in 34 lingue e con più di sedici milioni di copie vendute nel mondo, il romanzo è oggi il terzo libro italiano più venduto di sempre. -taglio- A soli vent’anni, dopo essersi diplomata presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, entra nel mondo del cinema lavorando come aiuto regista nel film Ernesto con attori del calibro di Virna Lisi e la spagnola Concha Velasco. Cosa la portò ad avvicinarsi e successivamente ad allontanarsi da questo mondo? “Era un’inquietudine profonda. Sentivo che esprimermi attraverso il cinema non placava la mia sete di precisione. Avevo bisogno delle parole. Parole scritte, parole meditate, tempo interiore, silenzio. E così, a un certo punto, ho iniziato a scrivere e da quel giorno la mia vita è cambiata. Era il 1982.” Nel 1994 arriva il successo mondiale dopo la pubblicazione del suo quinto romanzo, “Va’ dove ti porta il cuore”, che in occasione delle celebrazioni per l’unità nazionale al Salone del Libro di Torino del 2011 è stato inserito tra i 150 «Grandi Libri» che hanno segnato la storia d’Italia. Si aspettava un successo di tale portata? “Assolutamente no. Non era prevedibile. Mi ha travolto come uno tsunami, mettendomi al centro di polemiche e cattiverie che non ero in grado di affrontare. È stato un dono, da una parte, e una maledizione dall’altra. Però, se devo essere sincera, sapevo di aver scritto qualcosa di importante. Era il frutto di più di quindici anni di studio, riflessioni e pensieri annotati in sessanta quaderni. Proprio in questi mesi li ho riordinati e ho trovato le radici di tutto quello che per me è letteratura, che è soltanto quella dell’anima.” Cosa pensa abbia reso l’opera così universale e amata da milioni di lettori in tutto il mondo? “Penso che sia stata percepita più come una lettera destinata da ogni lettore a qualcuno di speciale della sua vita. Non ho altre spiegazioni. Come ha detto bene Daniel Keel, il mio editore svizzero di Diogenes, il mio libro ha parlato direttamente “alla disperazione dei nostri tempi”. Ha aiutato le persone ad abbattere muri interni, ha riavvicinato madri e figlie che non si parlavano da anni. In definitiva, è stato più di un libro per tanti lettori. Un amico, un viatico per rompere meccanismi familiari aiutandoli a mettere a fuoco tante sensazioni nascoste.” Il legame tra nonna e nipote è al centro del romanzo. Cosa ha ispirato questa relazione così intensa e vera? “Sono cresciuta in una famiglia problematica. Mia madre e mio padre si sono separati alla mia nascita, e l’unica persona che si è occupata di me nell’adolescenza è stata la mia nonna materna. Poi purtroppo la sua mente è stata divorata dall’Alzheimer e non ha potuto seguire i miei inizi. Ma è grazie a lei che sono sopravvissuta alla durezza e all’indifferenza dei miei genitori, per i quali ero solo una persona difficile e complessa.” Due suoi libri, Va’ dove ti porta il cuore e Rispondimi, sono stati fonte di ispirazione per altrettanti film. C’è stato qualche aspetto dei film che l’ha colpita positivamente o negativamente in modo particolare? “Il film mi è piaciuto molto anche perché la regista Cristina Comencini, seppur non ancora quarantenne, era già nonna. E ha saputo trasmettere alla mia storia una sensibilità che ha arricchito il film, rendendolo molto emozionante pur nella sua diversità.” La sua narrativa affronta spesso temi attuali e universali come l’ambiente, la diversità, i legami familiari complessi o la ricerca interiore. Ritiene ciò abbia favorito il suo successo presso il pubblico spagnolo e internazionale? “I miei libri parlano tutti dell’anima, di quella parte di noi segreta e spesso ferita che ci accompagna, rendendo difficili i rapporti superficiali. Io sono in contatto con la fragilità, il dolore, lo stupore e le fatiche dell’umano. Gli unici argomenti che mi sembrano degni di essere raccontati. Portare un po’ di luce nel buio del mondo.” C’è qualche autore o autrice spagnola che sente affine o che l’ha influenzata? “Ho amato molto Cervantes e Unamuno e sento una forte affinità con Rosa Montero. Aggiungo anche Antonio Skármeta, che pur essendo cileno ho conosciuto anni fa in Ecuador e con il quale ho sentito una particolare sintonia.” Già nel 2014, con il libro “Salta Bart!”, mette in luce un tema estremamente attuale quale l’eccessiva dipendenza dalla tecnologia e il rischio per i bambini di essere divorati da essa. Pensa che la tecnologia stia impoverendo la nostra capacità di comunicare in modo autentico e profondo? “Assolutamente sì. Il cervello dei bambini si forma per tappe obbligate, che passano per prima cosa dai sensi e dal tatto, dal linguaggio e dallo sviluppo della fantasia, che devono crescere nel silenzio e nei pensieri individuali. Essere messi a tre anni davanti a uno schermo impedisce lo sviluppo del cervello e favorisce la formazione di persone che non saranno mai in grado di essere individui unici e irripetibili, ma soltanto vittime di una passività mentale e di una distrazione continua che li danneggerà per sempre.” Cosa trova più pericoloso nel rapporto attuale tra esseri umani e dispositivi digitali? “La passività, l’impossibilità di sperimentare la vita in prima persona e di avere contatti diretti con il mondo e gli altri. Non ci si incontra più, né ci si innamora più. Tutto ormai è disincarnato, virtuale. La virtualità ha ucciso l’anima del mondo rendendo la maggior parte dei ragazzi manipolabili e distratti. E di questo siamo impotenti testimoni.” Ha parlato pubblicamente della sua diagnosi di sindrome di Asperger. In che modo ha influenzato la sua scrittura e il suo modo di percepire il mondo? “L’ho scoperta solo nel 2015. Ed è stata una liberazione. Finalmente avevo il “libretto di istruzioni” per capire e affrontare i disagi e le difficoltà relazionali che avevo sempre vissuto, senza capirne il perché. Forse il mio essere un po’ “fuori dal mondo” mi ha aiutato ad affinare uno sguardo profondo e personale sul mondo, eliminando furbizie e ambizioni che influenzano senza saperlo tanti scrittori.” Nel 2000 ha creato la Fondazione Tamaro, ente finanziato dai diritti dei suoi libri. Com’è nata l’idea di una Fondazione e qual è il risultato conseguito nel corso di questi venticinque anni di cui va più fiera? “Quando ho capito, con il successo planetario di Va’ dove ti porta il cuore, che avrei guadagnato molto di più di quello che mi era necessario per vivere con tranquillità, ho deciso di devolvere gran parte dei miei diritti d’autore alle persone fragili del mondo, soprattutto donne e bambini, dando loro la possibilità di “imparare a pescare” invece che ricevere una tantum “pesci per sopravvivere”. Sono fiera di aver aiutato molte donne a laurearsi in Italia per poi tornare nei loro Paesi per aiutarne lo sviluppo, di aver offerto un futuro, grazie a microcrediti mirati, a tante donne delle zone più disagiate del mondo. Ora la Fondazione è sospesa perché non guadagno più con i miei libri, ma è sempre lì pronta, se dovessi avere un nuovo successo, a riprendere la sua missione di aiutare gli altri a guadagnare rispetto e futuro dal loro impegno quotidiano.”

Intervista rilasciata per il portale dell’Ambasciata di Spagna in Italia, a cura di Francesco Maria Menghi – https://spagnaculturaescienza.it/interviste/susanna-tamaro/

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