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Pedro Almodovar

Basta poco

di Di Sacha Lunatici

Numero 214 - Ottobre 2020

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Invece di darsi alle serie come tanti suoi colleghi, il grande regista “rispolvera” il cortometraggio. Ovviamente a suo modo, tra grandi interpreti ed una storia intensa da raccontare


Dopo aver ricevuto lo scorso anno il Leone d’oro alla carriera, Pedro Almodóvar è tornato alla scorsa 77esima Mostra del cinema di Venezia per presentare il cortometraggio Fuori Concorso “The Human Voice”, una reinterpretazione della celebre pièce teatrale del 1930 di Jean Cocteau che vede come protagonista la magnetica Tilda Swinton. -taglio-Girato e montato a tempo di record subito dopo la fine del lockdown, il corto, primo film in inglese di Almodóvar, racconta la storia di una donna disperata che cerca di superare lo scorrere del tempo dopo essere stata abbandonata dal suo amante. Una storia attuale e come sempre struggente. Come nasce questo cortometraggio? “Beh, ‘The Human Voice’ è stato un esperimento vero e proprio: in un momento in cui tutti vogliono fare delle serie, io ho voluto fare un corto. Ho digerito il testo di Jean Cocteau rendendolo completamente mio: volevo creare qualcosa di essenzialmente teatrale ma al tempo stesso cinematografico. Questo ruolo era stato già elaborato negli anni, interpretato anche dalle immense Anna Magnani e Ingrid Bergman. Rispettando la disperazione e la solitudine di questa donna in costante attesa, io ho cercato di renderlo più attuale: penso che nell’originale, infatti, ci sia una sottomissione eccessiva della figura femminile. Io ho messo in scena una sorta di vendetta.” In cosa “The Human Voice” si distingue da altri suoi film? “Rispetto al passato sto cercando di avvicinarmi ad una narrazione più contenuta con meno elementi, ma analizzati in un modo molto profondo: un percorso che credo sia cominciato con ‘Julieta’ (pellicola in concorso al Festival di Cannes 2016, ndr). ‘The Human Voice’, però, si distacca ulteriormente da questo nuovo ciclo: è un cortometraggio che contiene tutti i colori che mi piacciono, è molto barocco.” Com’è stato lavorare con Tilda Swinton? “La nostra ormai possiamo definirla una storia d'amore: quando nasce un’alchimia del genere con un attore non c'è nulla di paragonabile e significativo per un regista. Tilda è stata di grande aiuto perché ho scritto il testo in spagnolo e poi è stato tradotto, lei ha corretto alcune frasi. Inizialmente è stato difficile lavorare in un'altra lingua, ma poi quando Tilda si è impadronita del personaggio è stato incredibile sentire il testo con quel tipo di musicalità, con la voce con cui lei pronunciava ogni espressione.” Jean Cocteau ha influenzato altri suoi lavori? “Molto, compare in una scena brevissima de ‘La legge del desiderio’ e in ‘Donne sull'orlo di una crisi di nervi’. Questa donna sola che attende una telefonata che non arriva mai, è un’immagine drammatica che mi ha sempre affascinato.” A lei è mai capitato? “Sì, anche io ho atteso invano…” (ride, ndr) Cosa ha imparato durante il periodo del lockdown? “Il lockdown ci ha dimostrato quanto la cultura sia necessaria: è grazie ai libri e ai film, che hanno riempito le nostre giornate, che siamo riusciti a superare questa situazione. Abbiamo vissuto una reclusione imposta e le nostre case sono diventate come un luogo di reclusione. È ora di tornare nelle sale e condividere l'avventura di un film emozionandoci al buio insieme a degli sconosciuti: il cinema è sempre la cura migliore.” A quali altri progetti si sta dedicando? “Ad ottobre inizierò la pre-produzione del mio prossimo film. Ho anche scritto le sceneggiature di due cortometraggi, che mi piacerebbe fare con lo stesso senso di libertà: il primo è un western molto particolare, l’altro una storia che racconta di sale cinematografiche scomparse in un futuro distopico.”

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