A 79 anni continua a scegliere il cinema come spazio di libertà e di confronto. A Venezia con "The Echo Chamber", si racconta tra fragilità, impegno, carriera e quella vocazione alla ribellione che non ha mai smesso di accompagnarla
Susan Sarandon appartiene a quella ristretta categoria di interpreti che non hanno bisogno di presentazioni: basta uno sguardo, una battuta pronunciata con la sua inconfondibile voce o quel sorriso capace di mescolare ironia e disincanto per riconoscere una delle personalità più libere del cinema americano. -taglio- Icona di "Thelma & Louise", premio Oscar per "Dead Man Walking", indimenticabile Janet Weiss di "The Rocky Horror Picture Show", a 79 anni continua a scegliere personaggi e storie fuori dagli schemi, fedele a un’idea del mestiere che non contempla prudenza, calcoli o comode ripetizioni. Alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è arrivata con "The Echo Chamber" di Andrea Pallaoro, presentato in concorso e ora nelle sale, nel quale recita accanto a Luca Marinelli e Alicia Vikander. Un progetto dal respiro internazionale, nato dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, che aggiunge un nuovo capitolo a una carriera lunga oltre mezzo secolo. Durante l’incontro con la stampa al Lido, Sarandon ha risposto con la consueta ironia, senza sottrarsi neppure alle domande più scomode: un atteggiamento che racconta molto dell’attrice, ma ancora di più della donna. Nata a New York con il cognome Tomalin e cresciuta nel New Jersey, primogenita di nove figli in una famiglia dalle radici anche italiane – siciliane e toscane da parte materna –, Susan non aveva inizialmente progettato una vita davanti alla macchina da presa. Il cinema arrivò quasi per caso, ma si trasformò presto nel luogo in cui esprimere un talento insofferente alle etichette. Dopo l’esordio in "La guerra del cittadino Joe", negli anni ha costruito una galleria di donne complesse, imperfette e indimenticabili: dalla giovane Janet travolta dalla rivoluzione irriverente di "The Rocky Horror Picture Show" alla Louise che, al fianco di Geena Davis, ha consegnato alla storia del cinema uno dei più potenti simboli di libertà femminile; dalla madre ostinata di "L’olio di Lorenzo" alla religiosa che accompagna un condannato a morte in "Dead Man Walking", interpretazione con cui, dopo diverse candidature, nel 1996 ha conquistato l’Oscar come migliore attrice protagonista. Ma raccontare Susan Sarandon significa andare oltre i premi, i ruoli e i tappeti rossi. Attrice, produttrice, madre di tre figli e per anni ambasciatrice di buona volontà dell’UNICEF, ha utilizzato la propria notorietà per sostenere battaglie politiche, sociali e umanitarie, spesso pagando personalmente il prezzo delle sue posizioni. Non ha mai addolcito le proprie idee per risultare più gradita, né ha accettato che l’età stabilisse quali personaggi potesse interpretare o quale spazio dovesse occupare. La sua ribellione non è una posa, ma una forma di coerenza: la stessa che attraversa molte delle donne portate sullo schermo e che continua a renderla una presenza necessaria, dentro e fuori Hollywood. L’abbiamo incontrata per parlare di "The Echo Chamber", -taglio2-del rapporto con l’eredità artistica di Bernardo Bertolucci, di un cinema che cambia e di una carriera vissuta senza mai rinunciare alla curiosità, alla libertà e al coraggio di esporsi. Perché Susan Sarandon non ha mai avuto paura delle domande scomode. E, soprattutto, non ha mai scelto le risposte più facili. Susan, che tipo di donna è Ava? «Deve ricominciare senza l’uomo che ha amato e con cui è stata per molto tempo. Mi ha colpito una battuta: “Non voglio più spogliarmi davanti a nessuno, perché adesso vedrebbero soltanto una donna anziana”. È vulnerabile, ma è una sopravvissuta». Quanto c’è di lei nel personaggio? «Non so esattamente quanto. Di sicuro non ho mai provato l’eroina: credo sia l’unica cosa che non abbia mai fatto! Però anch’io sono stata ferita, ho amato molto e ho avuto lunghe relazioni che poi sono finite». Nel film canta. È stato difficile? «Moltissimo, perché io non canto. Mi sono sentita incredibilmente vulnerabile, ma era giusto per Ava. Luca Marinelli è stato fondamentale: ci siamo aiutati e i nostri personaggi rinascono attraverso il loro rapporto». "The Echo Chamber" porta con sé l’ultima sceneggiatura di Bertolucci. Che ricordo conserva? «Conobbi Bernardo perché sono stata con Louis Malle per alcuni anni e loro erano molto amici. Era divertente. Quando vidi "Il conformista" non sapevo che il cinema potesse fare una cosa del genere. L’ho rivisto con mio figlio: è ancora incredibilmente moderno. Credo che Bernardo sarebbe felice di questo film: c’è molto del suo mistero, del suo umorismo e della sua stranezza». Ha ritrovato quella sensibilità in Andrea Pallaoro? «Sì. Andrea ha una sensibilità molto europea, molto italiana. Racconta non soltanto con le parole, ma soprattutto con le immagini. Ha lasciato che il pubblico si affidasse ai confini sfocati tra passato, presente e futuro». Lei sostiene che ogni film sia politico. «Per me è così, perché ogni film contesta oppure rafforza lo status quo. Anche una commedia che ti dice per quale coppia fare il tifo compie una scelta. Il cinema può mettere in discussione stereotipi e raccontare storie differenti». E sulla Palestina? «Raccontare storie permette di provare empatia per persone o culture con cui non pensavamo di entrare in sintonia. Non penso che ciò che accade in Palestina possa essere risolto alla Mostra di Venezia, ma le storie possono cambiare lo sguardo». Le sue prese di posizione hanno inciso sulla carriera? «Nell’industria non è cambiato molto. Ci sono ancora agenzie che chiedono ai registi di non darmi un ruolo. A livello internazionale, invece, ci sono molti progetti nei quali mi sento accolta. Io ho trovato la mia famiglia, ho trovato le mie persone».