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Silvia Rea

di Joanna Irena Wrobel

Numero 191 - Settembre 2018

Un mondo popolato da oggetti, ingombranti avanzi, testimoni muti di un passaggio umano


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Un mondo popolato da oggetti, ingombranti avanzi, testimoni muti di un passaggio umano. I simulacri di una vita che scorre, che non obbediscono ad alcuna legge, né gerarchia, semplici residui non più utili di un opulento Universo irreversibile. Una realtà, invadente e imperante, nei dipinti di Silvia Rea (1948, Grottaglie, TA), assume la valenza di una denuncia, di un grido non udito. Accumuli di materie che assurgono a simbolo dello spreco e del consumo frenetico, ma che, separati dal contesto reale, prendono forme di nitide geometrie, mostrando tutta la loro bellezza di policromatici idoli. Ogni cosa raffigurata, una volta decontestualizzata, calata in un più generale contesto di sospensione metafisica, arricchita di effervescenti identità cromatiche, rivela un insospettabile potenziale estetico. -taglio- E tanto più interessanti risultano proprio gli oggetti più banali e quotidiani, quelli che sono così spesso sotto i nostri occhi, da rendere superflua ogni attenzione nei loro confronti. Improbabili architetture precarie di scatole vuote, simboliche file interminabili di scarpe consunte, cumuli di spazzatura sollevate dal vento in un turbinio di magrittiana memoria, si stagliano contro i cieli tersi: non più strumenti ovvi, ma segni misteriosi. Ogni prodotto della realtà assume le caratteristiche e la valenza di un dilemma, una volta che si focalizzi l’attenzione su di esso. In un’atmosfera straniante e sospesa, illuminati da una luce quasi zenitale, animati da una brezza impercettibile, inutili residui si dispongono in una danza ordinata, assumendo una inaspettata forza espressiva. All’ improvviso, il resto di niente conquista la dignità di un oggetto d’arte. Un mutamento che non si limita al solo linguaggio pittorico, ma che si estende ineluttabilmente anche allo spirito comune, mettendo in gioco la sensibilità del fruitore, innescando un colto dialogo incentrato sugli sviluppi figurativi, che semplici tracce di vita metropolitana, possono ispirare. Le opere non come luogo di espressione di un’interiorità d’eccezione, ma come ambito di visualizzazione di un mistero che solo nella mente di chi guarda, può svelarsi, acquistare una sua realtà, valenza e un senso. Anche le semplici e ritmate file del bucato, le variopinte note di colore dei tessuti stesi ad asciugare, mutano in sinuose -taglio2- sculture plasmate dal vento. Le improvvise folate generano le complicate coreografie, scolpiscono le pieghe in plastici drappeggi, disegnano insolite e intricate scenografie spontanee. Le tracce di vite umane si intersecano con la natura, in un gioco di equilibri instabili. La variegata umanità e la vita brulicante della strada, diventano protagonisti di molti dipinti della Rea. La caleidoscopica varietà della commedia umana, si riversa nello spazio ristretto, lasciando segni e tracce della propria esistenza. Nel fulcro dell’esasperato caos c’è Lei, come gli altri… Non un’Artista chiusa nel proprio mondo, ma una donna alla ricerca di serenità e di nuovi percorsi da esplorare. Intorno, molteplici figure, che per effetto di scelte cromatiche e compositive, superano il piano puramente illustrativo e documentale per proiettarsi verso più alti e differenti piani narrativi. Tutto diventa una riflessione sulla dimensione umana, sul mistero della vita, sui limiti e la precarietà della nostra condizione, che spesso dimentichiamo, innalzando inutili barriere. Il linguaggio pittorico è basato sul rapporto realtà e rappresentazione. Ogni opera forma una sorta di fotogramma, non di un momento qualsiasi, ma di una definita condizione storica e sociale. Tracce forti e evidenti di presenze umane, che abitano una città contemporanea. Tracce indelebili di una storia che fluisce ininterrottamente.





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