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Riparto da me

di Paolo Carotenuto

Numero 190 - Luglio-Agosto 2018

Stragà è tornato con un nuovo lavoro discografico, in cui per la prima volta si racconta senza filtri solo attraverso la musica e le parole


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Abbiamo conosciuto Stragà nel 2000 quando la sua canzone “L’astronauta” era diventata tormentone indiscusso delle radio, oggi però Federico ha qualcosa di nuovo da raccontare e lo fa attraverso il suo nuovo album dal titolo “Guardare Fuori”. Stragà ci ha raccontato di come in questi anni sia cambiato il suo approccio alla musica, diventando quest’ultimo ancora più significativo e legato ad una crescita esponenziale della sua produzione musicale. Ci ha confessato di avere un rapporto più stretto con la sua chitarra, che lo ha portato alla creazione di canzoni vere e molto più intime rispetto a quelle scritte finora.

“Guardare fuori”, un album in cui ti racconti a cuore aperto… cosa rappresenta per te questo nuovo lavoro discografico?

“Beh, questo è il primo album in cui sono autore di tutte le canzoni, in passato ero autore solo di qualche pezzo ma era quasi causale come cosa, mi sentivo sempre principalmente un interprete quindi ero concentrato più su quello, sugli arrangiamenti in studio, etc…. Questo disco, invece, è nato dal fatto che negli ultimi anni mi sono messo lì con la chitarra, cosa che prima avevo provato solo facendo qualche tentativo sporadico e senza troppo impegno. -taglio- Stavolta mi sono reso conto che mettendoci una certa costanza e credendoci un poco in più, questa cosa si autoalimentata e mi sono reso conto di avere intrapreso una strada per me nuova dove ho scoperto un mio metodo di scrittura. La costanza si è evoluta nel desiderio di raccontarmi, di raccontare sensazioni, e di farlo a cuore aperto. Dire ad una persona che si ha davanti il proprio pensiero non è sempre facile, invece in una canzone avviene una specie di autoliberazione dove entri in un terreno nel quale riesci ad essere te stesso.”

Quindi ti sei approcciato alla scrittura con uno spirito diverso...

“Sì, in realtà nel momento in cui sono arrivato ad avere un po’ di canzoni finite, ho guardato l’aspetto pratico. In questo processo mi sono fatto aiutare anche dall’arrangiatore, Valerio Carboni, cercando di dare una sorta di coerenza al tutto.”

“Ho esaurito la paura” è il primo singolo estratto dall’album… un brano ironico, che però fa riflettere. Quando ti sei reso conto di aver “esaurito la paura”?

“La risposta più sincera è: mai! Nel senso che questa canzone è un brano sognante dove io immagino di poter -taglio2- vivere la stessa situazione che ha vissuto questo bambino protagonista del libro che mi ha ispirato: ‘Non chiamatemi Ismaele’. È la storia di un bambino strano che non aveva paura di nulla, lui giustificava questa cosa col fatto di aver rischiato di morire a causa di una malattia e di aver avuto talmente tanta paura che adesso nulla poteva fargli paura. Quindi mi sono immaginato di vivere così e ho raccontato le mie paure di sempre consapevole, però, del fatto che la paura non sempre si vince, è una specie di auto-augurio che mi sono fatto.”

A proposito del palco, che rapporto hai con la dimensione dei live?

“Buono, l’album l’ho fatto immaginando di trovarmi sul palco con la band a cantare queste canzoni. Penso che il live sia la cosa più bella per un musicista. Come dicevo, il mio è un lavoro anche molto suonato perché ci tenevo a fregarmene delle sonorità moderne finte e di dire ‘okay’ la chitarra, batteria e basso ci saranno sempre. La stessa necessità che ho avuto di scrivere delle canzoni vale per la musica, lasciando libertà ai musicisti e rivalutare anche l’aspetto di verità delle atmosfere acustiche.”





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