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Quando l'arte tocca l'anima

di Paola Ratti

Numero 272 - Luglio - Agosto 2026

Abbiamo intervistato l'artista Guido Rocca, che sta vivendo un momento creativo e professionale vivace e ricco di ispirazione


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Se la sua arte è così tanto apprezzata non solo in Italia, ma anche all'estero, un motivo ci sarà. Nell'atto creativo di Guido Rocca, infatti, non c'è solo tecnica, talento e ispirazione: c'è tantissima anima. E in questo periodo per lui così ricco di eventi ed iniziative, abbiamo pensato di intervistarlo...-taglio- L'estate 2026 la sta vedendo protagonista con diverse iniziative. Ci parla in particolare della presso l'Art Gallery Finestreria di Milano? «Ho presentato una serie di opere astratte che raccontano il mio percorso umano prima ancora che artistico: la libertà con cui creo i miei dipinti dipende principalmente dallo stato di presenza e connessione che ho con me stesso. Gli stimoli della vita spesso tendono ad allontanarmi e mi spingono ad assumere identità che non mi appartengono. L' arte è il mio antidoto, mi riconnette. Quando prendo in mano il pennello, il tempo con le sue preoccupazioni sparisce e lascia spazio a quel momento di creazione privo di pensiero da cui poi può nascere un futuro colorato. Spero che le mie opere trasmettano questo senso di Silenzio mentale e di Assenza di tempo». Negli ultimi anni il suo nome si è consolidato all'interno del panorama artistico italiano e internazionale. Quali sono state le soddisfazioni più grandi in questo percorso di crescita? «Se qualcuno mi avesse detto vent'anni fa che un giorno avrei esposto le mie opere in luoghi prestigiosi e che una mia opera sarebbe entrata a far parte dell'Imagine Museum negli Stati Uniti, probabilmente non gli avrei creduto. Perché la verità è che io vengo da una storia difficile. Ci sono stati anni in cui la droga aveva preso il controllo della mia vita. Anni in cui ogni giorno sembrava uguale al precedente e il futuro era una parola che non riuscivo nemmeno a immaginare. Ho visto persone che amavo distruggersi. Ho visto sogni spegnersi. Ho visto la morte passare molto vicino. Quando oggi entro in una galleria, quando vedo una persona emozionarsi davanti a una mia opera, non penso ai risultati raggiunti. Penso a quel ragazzo che si sentiva perso e che non avrebbe mai immaginato di arrivare fin qui. La soddisfazione più grande non è il successo. È sapere che la mia vita dimostra che una seconda possibilità esiste davvero». Recentemente ha donato una sua opera al Centro Narconon? Ce ne parla? «Sì, ed è stato un gesto molto gratificante. Perché quel quadro per me è un pezzo della mia storia e del mio presente. Il Narconon è la mia famiglia: mi ha salvato e da 15 anni mi occupo di convincere i tossicodipendenti ad intraprendere il programma nei centri Narconon. Potrei scrivere un libro con tutte le storie vissute in questi anni, ma soprattutto sono grato a ogni ragazzo e a ogni famiglia che ho incontrato. Sapere che la mia esperienza più dolorosa può diventare un aiuto per qualcun altro è la ricompensa più grande che esista. Non ci sono soldi, case o automobili che possano dare la stessa soddisfazione di vedere una persona tornare a vivere. La mia preoccupazione oggi è che sempre più giovani, prima di arrivare da noi, vengono sottoposti a terapie di psicofarmaci. Per esperienza personale, avendo vissuto la dipendenza sulla mia pelle, credo che dare psicofarmaci a una persona che usa droghe sia spesso un errore. -taglio2-Io ne ho sperimentato direttamente le conseguenze e so quanto possa diventare difficile uscire da una situazione in cui alle droghe si aggiungono anche molti farmaci. Il Narconon utilizza un metodo riabilitativo senza farmaci e negli anni ha aiutato persone con dipendenze molto gravi. Quando però entrano in gioco gli psicofarmaci, la situazione diventa più complessa perché queste sostanze, anche se legali, sono difficili da togliere e spesso mi sono trovato costretto a non poter accogliere ragazzi che avrebbero avuto bisogno di aiuto. È una cosa che mi fa arrabbiare molto, perché ogni persona che non riusciamo ad aiutare rappresenta una vita che meriterebbe un'altra possibilità». Quanto secondo lei può aiutare esprimersi attraverso l'arte, sia emotivamente che spiritualmente? «Per me l'arte non è stata una scelta professionale. È stata una salvezza. Come dico spesso: l'arte trasforma il piombo in oro. Ci sono emozioni che non possono essere spiegate a parole. Dolori che non riescono a trovare una voce. L'arte mi ha permesso di trasformare rabbia, sofferenza e disperazione in qualcosa di bello. L'arte è Alchimia pura. I pensieri creano le emozioni, la mente ingannata dal tempo, vive spesso in un costante rimpianto del passato e preoccupazione del futuro. L'atto creativo è molto utile per fermare il chiacchericcio della mente ed è lì che l'energia esistenziale dell'artista emerge e si imprime nella materia. L'arte aiuta le persone a non subire più il peso dei pensieri ma ti stimola ad usarli, per creare visioni costruttive e creative. La creatività fà parte dell'essenza di ognuno di noi, l'arte ci ricorda chi siamo e ci riabilita, ridonandoci il nostro potenziale creativo». I suoi prossimi progetti? «Il 30 settembre, nel giorno del mio compleanno, inaugurerò una mostra che considero uno dei momenti più importanti del mio percorso. Presenterò una collezione completamente inedita, alla quale sto lavorando da mesi. Sarà un viaggio potente nel colore, nell'energia e nella trasformazione. Spero che sia una mostra che porti un senso di rinascita. Io non so se la mia Arte ha questo potere anche per gli altri, ma di sicuro l'arte in generale ci porta in una dimensione in cui abbracciamo non solo l'universo materiale, ma anche quello spirituale. È proprio questo che ci permette di vedere le cose da una prospettiva diversa. Ci rendiamo conto che il denaro, il successo, gli oggetti e perfino le relazioni, per quanto importanti, non rappresentano la totalità di ciò che siamo. Molto del dolore umano nasce dall'identificarsi esclusivamente con l'universo fisico. Se perdiamo dei soldi, una posizione sociale o una persona che amiamo, ci sembra di perdere noi stessi. Ma è perché non sappiamo veramente chi siamo. L'arte ci aiuta a riscoprire la nostra natura più profonda. Ci ricorda che siamo qualcosa di più grande delle nostre vittorie e delle nostre sconfitte o di ciò che abbiamo o non abbiamo. Quando comprendiamo questo, il dolore si attenua e la vita diventa più leggera. A quel punto l'esistenza torna a essere un gioco: siamo disposti a vincere e siamo disposti anche a perdere. E paradossalmente è proprio questa la condizione che ci permette di vincere davvero. Perché chi non ha paura di perdere è finalmente libero di vivere».





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