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Pedro Almodóvar

Questione di desiderio…

di Tommaso Martinelli

Numero 271 - Giugno 2026

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Il regista spagnolo riflette su solitudine, melodramma, libertà creativa e paura di invecchiare. Un incontro intenso, tra emozioni autentiche, cinema d’autore e il bisogno universale di sentirsi amati


Pedro Almodóvar è tornato al Festival di Cannes con il fascino e l’autorevolezza di uno dei grandi maestri del cinema europeo contemporaneo. Regista simbolo della rinascita culturale spagnola post-franchista, autore di film diventati cult internazionali come Donne sull’orlo di una crisi di nervi, Tutto su mia madre, -taglio- Parla con lei, Volver e Dolor y gloria, Almodóvar ha costruito negli anni un universo cinematografico unico, fatto di melodramma, desiderio, ironia, dolore e personaggi femminili indimenticabili. Due Premi Oscar, una carriera celebrata nei più importanti festival del mondo e una libertà creativa rimasta intatta nel tempo lo hanno trasformato in una delle voci più riconoscibili e amate del cinema d’autore internazionale. Da sempre legato artisticamente ad attrici come Penélope Cruz, Carmen Maura e Rossy de Palma, il regista spagnolo ha raccontato per oltre quarant’anni passioni estreme, identità fragili, relazioni familiari tormentate e personaggi alla costante ricerca di amore e riconoscimento. Parallelamente, fuori dal set, non ha mai smesso di intervenire nel dibattito culturale e politico, difendendo libertà artistiche, diritti civili e rappresentazione LGBTQ+, con quella schiettezza diretta che lo accompagna anche davanti alla stampa internazionale. A Cannes presenta oggi un film intimo e profondamente emotivo, e durante la conferenza stampa alterna ironia, riflessioni personali e osservazioni molto lucide sul cinema contemporaneo. Dal rapporto con gli attori alla paura di invecchiare, dalla libertà creativa al bisogno di raccontare emozioni autentiche, l’incontro diventa presto molto più di una semplice presentazione del film. Ne emerge il ritratto di un autore ancora inquieto, curioso e profondamente innamorato del cinema, convinto che le storie abbiano ancora il potere di mettere a nudo le emozioni più vere dell’essere umano. Nei suoi film i personaggi sembrano sempre alla ricerca di qualcosa: amore, identità, riconciliazione. È ancora questo il centro del suo cinema? «Sì, assolutamente. Credo che il desiderio sia il motore di tutto. Anche quando i miei personaggi sembrano forti o ironici, in realtà stanno cercando disperatamente di essere amati, ascoltati o compresi. È qualcosa che appartiene a tutti noi». Il suo nuovo film parla molto di solitudine. È un tema che sente più vicino oggi? «Con l’età cambia il modo in cui guardi il tempo e le relazioni. Da giovane hai l’urgenza della scoperta; crescendo inizi a pensare di più a ciò che perdi, ai silenzi, alle persone che non ci sono più. La solitudine non è solo stare da soli. È anche sentirsi invisibili». Lei ha raccontato spesso personaggi femminili straordinariamente complessi. Perché sente questa vicinanza con l’universo femminile? «Perché sono cresciuto circondato dalle donne. Mia madre, le mie sorelle, le vicine di casa… erano loro a raccontare le storie più incredibili, più divertenti e più dolorose. Credo di aver imparato il melodramma ascoltando le conversazioni nelle cucine della Mancha». Nel cinema contemporaneo vede ancora spazio per il melodramma? «Il melodramma non morirà mai, perché nasce dalle emozioni umane. Cambiano le forme, cambia il linguaggio, ma il bisogno di raccontare passioni estreme resterà sempre. Oggi forse abbiamo più paura dell’emozione sincera. Tutto deve essere veloce, ironico, consumabile. Io invece amo ancora i sentimenti troppo grandi». Come lavora con gli attori? «Cerco sempre di creare fiducia. Un attore deve sentirsi libero di sbagliare. Quando lavoro con qualcuno come Penélope Cruz, ad esempio, esiste ormai una specie di linguaggio segreto. A volte basta uno sguardo e capiamo immediatamente cosa vuole la scena». Ha mai paura di ripetersi dopo una carriera così lunga? «Sempre. È una paura sana. Se un regista smette di avere dubbi, probabilmente smette anche di cercare qualcosa. Ogni film dovrebbe contenere un rischio, anche piccolo. Io non voglio fare cinema per sentirmi comodo». Molti giovani registi la considerano un punto di riferimento. Come vive questo ruolo? «Con gratitudine, ma anche con sorpresa. Quando ho iniziato facevo film quasi clandestini, con pochissimi soldi e moltissima libertà. Non pensavo certo di diventare “istituzionale”. La cosa più bella è vedere che nuovi autori continuano a usare il cinema come spazio personale, non solo industriale». Oggi il cinema sembra competere continuamente con piattaforme, social media e contenuti brevi. È preoccupato? «No, perché il cinema non è solo un formato. È un’esperienza emotiva. Entrare in una sala buia insieme ad altre persone e condividere una storia è qualcosa che nessun telefono potrà sostituire completamente. Certo, il mondo cambia, ma il bisogno umano di raccontare storie resta identico». Che rapporto ha oggi con Cannes? «Molto emotivo. Cannes ha accompagnato gran parte della mia vita artistica. Qui ho vissuto momenti meravigliosi, ma anche grandi paure. Ogni volta che presenti un film hai la sensazione di ricominciare da zero. Ed è giusto così». Che cosa spera resti allo spettatore dopo questo film? «Vorrei che uscisse dalla sala con la sensazione di aver guardato qualcosa di profondamente umano. Non perfetto, non rassicurante, ma umano. Credo che il cinema serva soprattutto a questo: ricordarci quanto siamo fragili, complicati e pieni di desideri».

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