Un vero cambio di passo quello di Andrea Sabatino con suo nuovo album “Fatata”, da non perdere
Siamo in guerra. Oramai lo siamo da mesi, da anni, qualcuno direbbe da sempre. Eppure c'è stato un momento in cui, sebbene molti conflitti continuavano imperterriti (vedi gli ultimi settant'anni in Medio Oriente), da qualche altra parte nel mondo lo scontro era prevedibile ma ancora latente, il malcontento e la contestazione (interna o contro vicini "invadenti") cresceva, -taglio- ma senza che si pensasse realmente in un immediato ricorso alle armi. Ecco, la domanda controcorrente di questo mese che mi piacerebbe rivolgere ai tanti pacifisti della domenica è: dove eravate? Dove eravate quando le ingerenze della Russia in Ucraina si facevano sempre più preoccupanti? Dove eravate quando tantissimi iraniani denunciavano un clima sociale non più sostenibile? Dov'eravate durante la primavera araba? O durante tutti gli anni del doloroso embargo cubano? L'elenco potrebbe essere lungo, sebbene la risposta resti sempre la stessa: eravate lì. Proprio nelle vostre case o a lavoro, proprio davanti a pc o televisioni, con in mano un qualsiasi dispositivo elettronico che vi avrebbe permesso di dire o addirittura fare qualcosa, di essere parte della soluzione di un problema che stava per acutizzarsi irrimediabilmente. E cosa invece avete preferito fare? Pensare a voi stessi, alle vostre vite e ai vostri problemi, girarvi dall'altra parte o, peggio, non capire qual era il posto in cui bisognava guardare. O forse volutamente avete "finto" di non sapere, di non capire, avete "accidentalmente" cambiato subito canale come fate ancora oggi con gli spot di Medici Senza Frontiere in Africa. Fino a quando, poi, non c'è più stata una parte libera dove guardare, fino a quando i conflitti hanno finito per circondare voi e le vostre vite, influendo sulle stesse e cominciandole a segnarle in maniera sempre più indelebile. -taglio2- Si è cominciato col prezzo della benzina, poi con un aumento generale ed una nuova crisi inflazionistica, presto vedremo qualche azienda tagliare posti di lavoro se non proprio chiudere, ed ancora non basterà più partecipare alle guerre col piccolo esercito che ci ritroviamo ma toccherà ritornare alla leva obbligatoria, arrivando infine a percepire la paura per noi ed i nostri cari fin sull'uscio della porta, tanto da uscire sempre meno e sempre più "solo se necessario". È una visione distopica del futuro? Magari sì, ma sempre su queste pagine qualche anno fa vi avevo anticipato il mondo diviso in tre blocchi alla Orwell, l'alleanza Russia-USA, ed una vera e propria invasione cinese anche dal punto di vista culturale oltre che economico. Per ora la reazione di tanti alle prime avvisaglie di questo triste domani è stata la denuncia postuma, l'indignazione a tempo determinato, per dimostrarsi sempre sensibili ed aggiornati nella difesa dei più deboli (di quel momento, s’intende). Si continua a non capire però che bisogna agire PRIMA che sia troppo tardi, che si passi a guerra e rivolte armate. Bisogna pretendere dalla politica che si occupi quotidianamente ed in maniera seria di ciò che accade nel mondo, quantomeno per far sapere agli altri Paesi la nostra posizione, cosa non saremo pronti ad accettare e chi siamo o meno pronti ad aiutare e come. Non c'è una ricetta univoca per essere dei buoni cittadini, e magari pur impegnandosi si commetteranno decine di errori. La differenza, tuttavia, tra chi ci prova prima e chi tenta di dimostrare un ipocrita interesse postumo è abissale. Uguale a quella che c'è tra chi fa qualcosa, anche se piccola, per provare a cambiare e chi, invece, non fa altro che professarsi "contro" ma senza sapere bene nemmeno perché e per chi.