Nel codice amministrativo Liber Augustalis, noto anche come Costituzioni di Melfi, oltre a limitare i privilegi della nobiltà e del clero, istituì una burocrazia statale fondata sulle competenze e sulla preparazione dei singoli, senza favoritismi legati al ceto sociale
Federico II di Svevia (1194-1250) fu definito Stupor Mundi (“Meraviglia del Mondo”) per le sue straordinarie capacità di amministrare lo Stato. Re di Sicilia e Imperatore del Sacro Romano Impero nutriva una profonda considerazione per la cultura e per le capacità individuali. Nel codice amministrativo Liber Augustalis, -taglio- noto anche come Costituzioni di Melfi, oltre a limitare i privilegi della nobiltà e del clero, istituì una burocrazia statale fondata sulle competenze e sulla preparazione dei singoli, senza favoritismi legati al ceto sociale. Federico II era colto e promuoveva la conoscenza. Basti ricordare Pier della Vigna, suo consigliere ed esponente della Scuola Siciliana. L’attenzione a formare persone preparate lo portò a fondare, nel 1224, l’Università degli Studi di Napoli, oggi Università Federico II, con l’obiettivo di plasmare i dirigenti del Regno. Così, regolamentò anche l’esercizio della professione medica, stabilendo che nessuno poteva praticare l’arte medica, nel suo regno, senza aver prima fatto un percorso di studi e superato un esame abilitante. Gli studenti dovevano seguire un percorso formativo presso la Scuola Medica Salernitana e, dal 1224, anche presso l’Università di Napoli. La Scuola Medica Salernitana rappresentava un’istituzione all’avanguardia per l’epoca, poiché ammetteva anche le donne sia come studentesse sia come docenti. Presso di essa si svolgeva generalmente l’esame finale necessario per ottenere l’abilitazione alla pratica medica. Il percorso di studi era particolarmente impegnativo e aveva una durata complessiva di otto anni. I primi tre anni erano dedicati allo studio della logica e della filosofia. Tali conoscenze erano ritenute indispensabili per sviluppare il pensiero critico necessario a formulare correttamente una diagnosi. La filosofia insegnata era principalmente una filosofia naturale, che studiava i principi e le cause dei fenomeni con il ragionamento e l’osservazione. Questo approccio favoriva una visione olistica della medicina, intesa come cura della persona nella sua interezza e non come somma di organi e apparati. I successivi cinque anni erano dedicati allo studio della medicina. Le discipline comprendevano la teoria medica, -taglio2- l’anatomia e la chirurgia, la farmacologia, la pratica clinica e la prevenzione. La teoria medica si basava sull’osservazione del paziente e sulla discussione critica dei casi. L’anatomia veniva studiata attraverso la dissezione degli animali, mentre la chirurgia, considerata una disciplina subordinata alla medicina teorica, conobbe un notevole sviluppo grazie alla Scuola Medica Salernitana. La farmacologia era incentrata sullo studio delle erbe officinali. La pratica clinica prevedeva un anno di tirocinio durante il quale lo studente affiancava un medico esperto. Grande importanza veniva attribuita anche alla prevenzione, principio fondamentale sul quale si fonda ancora la medicina. Emblematico è il celebre insegnamento riportato nel Regimen Sanitatis Salernitanum: «Se ti mancano i medici, siano per te medici queste tre cose: l’animo lieto, la quiete e la moderata dieta». Completato il corso di studi, lo studente poteva accedere all’esame finale se in possesso delle litterae testimoniales. Erano lettere redatte dai propri maestri, nelle quali si attestavano la frequenza agli studi, il livello di preparazione raggiunto e l’integrità morale del candidato. L’esame finale era pubblico e si svolgeva a Salerno o a Napoli. Il candidato presentava le litterae testimoniales de fide et sufficienti scientia (“lettere testimoniali sulla condotta morale e sull’adeguata preparazione”) e sosteneva una prova teorica particolarmente impegnativa basata sui testi fondamentali della medicina, di Ippocrate e Galeno. La commissione esaminatrice era composta dai docenti della Scuola e da un funzionario imperiale. Superate tutte le prove, veniva rilasciato un diploma denominato Licentia Medendi (o Licentia Praticandi), ossia la licenza di curare e di esercitare l’arte medica nel Regno. Infine, il nuovo medico prestava un giuramento con il quale si impegnava a svolgere la professione con competenza, etica e umanità.