Il fascino della gratitudine
Il Leone d’oro a Venezia, il cinema come linguaggio universale, la famiglia e il tempo che passa: l’attore racconta una nuova stagione della sua vita, tra impegno civile, ironia e il desiderio di ottimismo
Il fascino è quello di sempre, l’ironia anche. George Clooney è arrivato all’appuntamento con il Leone d’oro alla carriera durante l’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con l’eleganza disinvolta di chi sa essere una star senza mai prendersi troppo sul serio. Il Lido, luogo centrale nella sua storia professionale e privata, -taglio- lo ha accolto con la standing ovation della Sala Grande e lui ha ricambiato affidando al pubblico un pensiero sul potere universale del cinema: «Nessuno ride in una lingua diversa, nessuno piange in una lingua diversa. I bambini sognano allo stesso modo. L’amore è straordinariamente simile in ogni lingua». Perché le storie, ha ricordato, possono avvicinare le persone, ma sono anche «pericolose per chi specula sulla paura». Un riconoscimento che celebra molto più del divo dal sorriso irresistibile. Prima che Hollywood lo consacrasse, Clooney ha conosciuto una lunga gavetta, fatta di provini falliti, piccoli ruoli e porte rimaste chiuse. Nato a Lexington, nel Kentucky, e cresciuto respirando il mondo della comunicazione grazie al padre Nick, giornalista e conduttore televisivo, ha raggiunto la popolarità internazionale indossando il camice del pediatra Doug Ross nella serie cult “E.R. – Medici in prima linea”. Da allora ha attraversato generi e stagioni del cinema senza mai lasciarsi imprigionare da un’unica immagine: è stato l’avventuriero irresistibile della saga di “Ocean’s”, l’uomo tormentato di “Michael Clayton”, l’agente della CIA di “Syriana” – interpretazione che gli è valsa l’Oscar – e, contemporaneamente, un regista, sceneggiatore e produttore capace di interrogare il potere, la politica e la responsabilità dell’informazione in opere come “Good Night, and Good Luck” e “Le idi di marzo”. Un secondo Oscar è arrivato come produttore di Argo, confermando la sua capacità di stare davanti e dietro la macchina da presa con la stessa autorevolezza. Venezia, per lui, non è mai stata soltanto una vetrina. Qui ha accompagnato alcuni dei passaggi più importanti della sua carriera, da “Out of Sight” a “Gravity”, passando per “Michael Clayton” e “Burn After Reading”; e proprio nella città lagunare, nel 2014, ha sposato Amal Alamuddin, avvocata specializzata nella difesa dei diritti umani, diventata sua compagna di vita e madre dei gemelli Ella e Alexander. Attore, autore, produttore, regista e attivista, Clooney ha trasformato la celebrità in uno strumento attraverso cui prendere posizione, sostenendo nel tempo numerose iniziative umanitarie e battaglie civili. Dietro l’icona resta però un uomo che continua a osservare il proprio mestiere con curiosità, consapevole che il successo non cancella i dubbi e che persino una carriera straordinaria può essere riletta come un viaggio ancora aperto. Lo abbiamo incontrato per parlare di cinema e memoria, delle responsabilità che accompagnano la fama, del tempo che passa, della famiglia e di quella rara capacità di coniugare impegno e leggerezza che, ancora oggi, rende George Clooney una delle figure più amate e riconoscibili del panorama internazionale. George, ricevere il Leone d’oro proprio a Venezia le fa uno strano effetto? «Molto. Ho 65 anni e a questa età tutto assume un velo di malinconia, anche quando mi lavo i denti e mi guardo allo specchio. Però sono anche molto fortunato: ho una moglie che amo, due figli meravigliosi e posso ancora fare il lavoro che amo. Per me la vita è bella». I suoi figli hanno cambiato il rapporto con il lavoro? «Assolutamente. Ho due bambini di nove anni e ho smesso di fare il regista per passare più tempo con loro. Un film da attore mi impegna per circa tre mesi, uno da regista può occupare un anno intero. Quando ero nel pieno della carriera facevo anche tre film all’anno, oggi ho altre priorità. Prendersi cura degli altri e della propria vita fa parte del percorso». Che cosa cerca oggi in un film? «Il copione resta fondamentale, così come il regista. Ma oggi contano molto anche il luogo e il periodo delle riprese. Ho una vita personale e devo conciliare tutto. Con il tempo bisogna anche saper accettare che alcuni ruoli non sono più adatti a te». Venezia occupa un posto particolare nella sua vita? «La mia storia d’amore con Venezia dura da quasi trent’anni. Il ricordo più bello è il mio matrimonio, anche perché mia moglie mi ucciderebbe se dicessi altro (ride, ndr)! È una città romantica, piena di speranza. Puoi prendere una barca, perderti tra i canali e scoprire un ristorante con quattro tavoli. È questa la sua magia». Ha detto che oggi negli Stati Uniti si vive una “kakistocracy”. Che cosa intende? «È un termine che indica un Paese governato dalle persone meno qualificate. Penso che forse in questo momento ci troviamo proprio lì, ma ce la faremo. Abbiamo attraversato altri momenti difficili. Quello che mi preoccupa è l’idea che la crudeltà sia diventata quasi una forma di divertimento. Essere scortesi sembra essere diventato accettabile. Dov’è finito il senso della decenza?». La preoccupa anche lo stato del giornalismo? «Molto. Alcune delle persone più ricche del mondo possiedono il Washington Post, X e molte piattaforme attraverso cui riceviamo le notizie. È una concentrazione preoccupante. Io sono figlio di un giornalista e Amal (sua moglie, ndr) è figlia di un giornalista, quindi abbiamo un enorme rispetto per questo mestiere. Ma resto ottimista: credo che l’informazione libera troverà sempre il modo di venire a galla». L’intelligenza artificiale renderà ancora più difficile distinguere il vero dal falso? «Lo sta già facendo. Ho visto video nei quali appaio io, ma non sono io, e mi vengono attribuite parole mai dette. L’intelligenza artificiale sarà una parte molto importante di questo settore, ma ci danneggerà anche in molti modi. Vorrei almeno evitare di finire nella pubblicità di un assorbente vent’anni dopo la mia morte!». Anche sul cambiamento climatico si è detto preoccupato. «Sì. Viviamo in un momento in cui persone molto potenti negano che la scienza sul clima sia reale. Ho amici nel sud della Francia che hanno perso la casa e quest’estate anche nella zona di Como ci sono stati incendi devastanti. Prima o poi dovremo affrontare seriamente il problema. Io continuo a essere ottimista». Che cosa ama ancora così tanto del cinema? «Raccontare storie. Ne abbiamo bisogno. Dobbiamo riuscire a guardare il mondo attraverso gli occhi degli altri, altrimenti finiamo per chiuderci nei nostri piccoli mondi e demonizzarci. Il cinema può mostrarci vite che magari non conosceremo mai direttamente e farci capire che non sono poi così diverse dalle nostre». Tornerà a lavorare con Brad Pitt e Matt Damon? «Con Brad e Matt farei qualsiasi cosa. A dire il vero quei due non mi piacciono affatto! Scherzi a parte, appena riusciremo a far coincidere i nostri impegni torneremo a lavorare insieme». A 65 anni, davanti a un Leone d’oro, prevale quindi la malinconia o la gratitudine? «La gratitudine. Nel mondo ci sono tante cose che non vanno e non dobbiamo ignorarle. Ma dobbiamo anche ricordarci di festeggiare le tantissime cose belle che abbiamo. Io ne ho molte».