Dalla Comunità di Bose al dialogo tra fedi e culture, il pensiero di una delle voci più significative della spiritualità contemporanea rivive in un’intervista impossibile tra memoria, comunità, pace e ricerca interiore
Nato a Castel Boglione il 3 marzo 1943 e laureato in Economia e Commercio all’Università di Torino, Enzo Bianchi è stato una delle figure più riconoscibili della spiritualità e del dialogo interreligioso in Italia. Fondatore della Comunità di Bose, nata dalla sua esperienza di solitudine iniziata nel 1965 e divenuta negli anni una comunità monastica ecumenica, ne è stato Priore per oltre cinquant’anni. -tagalio- Saggista, autore di numerosi testi biblici e consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, ha fatto dell’ascolto, dell’accoglienza e del confronto tra fedi e culture alcuni dei cardini della propria esperienza umana e spirituale. Negli ultimi anni si era stabilito a Torino, dove aveva fondato Casa Madia. È scomparso il 1º settembre 2026, all’età di 83 anni. Accanto alla vita comunitaria e allo studio delle Scritture, Enzo Bianchi ha da sempre frequentato la piazza pubblica della scrittura giornalistica. Dai suoi editoriali e commenti sulle pagine delle principali testate nazionali emerge uno sguardo acuto, capace di intrecciare la lettura del Vangelo con le fatiche, le speranze e i nodi critici della società contemporanea. Il testo che segue nasce dalla rielaborazione dei miei appunti: il ricordo dei nostri inaspettati e fugaci incontri, degli scambi con i monaci parlando di lui, delle mie tante letture dei suoi scritti si ricompongono qui nella forma di un’intervista dialogica per ripercorrere le tappe principali della sua riflessione umana, spirituale e civile. Per anni Lei ha firmato articoli ed editoriali sui principali quotidiani, portando temi spirituali, etici e sociali in uno spazio laico. Qual è il valore della scrittura giornalistica per chi vive una vocazione interiore e spirituale? "Scrivere sui giornali significa accettare di stare sulla soglia, esattamente nel punto in cui il Vangelo incontra la vita di tutti i giorni. La pagina di un quotidiano non è un pulpito, ma un luogo di conversazione laica. Per me è sempre stato un modo per far interloquire la sapienza antica delle Scritture con le domande, spesso inedite e sofferte, dell'uomo contemporaneo. Non si tratta di fare proselitismo, ma di offrire chiavi di lettura, di sollevare interrogativi etici, di invitare alla riflessione e al pensiero critico. La parola scritta sulla stampa ha una responsabilità enorme: deve cercare la verità senza cedere alla polarizzazione o allo slogan, facendosi voce di chi non ha voce e custode della complessità umana." Spesso la spiritualità viene vista come un’astrazione o un rifugio dal mondo. In un’epoca segnata dalla frenesia e dalla frammentazione, cosa significa oggi coltivare una dimensione spirituale autentica? "La spiritualità non è mai una fuga dalla realtà né una parentesi disincantata rispetto alle fatiche di ogni giorno. È, al contrario, un modo profondo di stare nel mondo, un’attenzione costante al qui e ora. È l’arte dell’ascolto e della cura: cura della propria interiorità, delle relazioni con gli altri e della creazione. Una spiritualità autentica non si misura sulla frequenza delle devozioni, ma sulla qualità della nostra umanità. Significa imparare il silenzio per fare spazio all'altro, coltivare la gratitudine per il dono dell’esistenza e saper riconoscere il mistero e il sacro che abitano la quotidianità più semplice. Se non diventa carne, se non trasforma il nostro modo di guardare e accogliere il prossimo, la spiritualità rischia di ridursi a un mero solipsismo emotivo." Lei ha dedicato gran parte della sua vita all'esperienza comunitaria. In una società fortemente individualista, qual è il valore profondo del "vivere insieme"?-taglio2- "La comunità è una grande scuola d’umanità, ma è anche un terreno esigente. Vivere insieme non significa semplicemente condividere uno spazio o una serie di regole: significa accettare la diversità dell’altro senza pretendere di assimilarlo. L’altro è sempre un mistero, talvolta una fatica, ma è fondamentale per la nostra maturazione. Senza l’altro non possiamo conoscerci veramente. Oggi l’individualismo ci fa credere che la libertà coincida con l’autosufficienza e con l’assenza di legami. È un’illusione. L’essere umano è strutturalmente un essere di relazione. Ritrovare il senso della comunità significa riscoprire la fraternità, la capacità di perdonare, di condividere le fragilità e di camminare insieme, consapevoli che nessuno si salva da solo." In un mondo segnato da divisioni e fondamentalismi, come può il dialogo interreligioso diventare uno strumento reale di concordia? "Il dialogo non è un compromesso al ribasso, né l’annacquamento delle proprie convinzioni per andare d’accordo a tutti i costi. Nasce da un’identità chiara e salda, capace di mettersi in ascolto dell’altro con rispetto e umiltà. Le differenti tradizioni religiose condividono un patrimonio etico e spirituale immenso: la ricerca della pace, la difesa della dignità umana, l’attenzione ai poveri e agli scartati. Quando i credenti delle diverse fedi si incontrano su questi terreni concreti, abbattendo i muri del pregiudizio, la religione cessa di essere motivo di divisione e torna a essere ciò che deve: un fermento di pace, di riconciliazione e di speranza." Eppure le guerre continuano ad attraversare la storia. Sembra un dramma inevitabile. "Noi uomini mostriamo spesso una tragica cecità. Dovremmo ritrovare il rapporto con il tempo, che pare non averci insegnato nulla, e con la memoria, che sembra non essere andata a scuola quando il mondo ha cercato di evolvere. Siamo passati dal principio antico «si vis pacem, para bellum» — se vuoi la pace, prepara la guerra — alla prospettiva di Agostino d'Ippona: «si vis pacem, para pacem», se vuoi la pace, prepara la pace. Finché non compiremo davvero questo salto culturale e interiore, continueremo a ripetere gli stessi errori." Il tempo è forse una delle risorse più preziose e meno comprese della vita moderna. Come si impara ad abitarlo senza lasciarsene travolgere, custodendo la memoria? "Oggi viviamo schiacciati sul presente, nell’ansia continua di consumare istanti senza riuscire ad abitarli. Ma il tempo non è un nemico da combattere né una merce da misurare: è un dono da accogliere. Abitare il tempo richiede la memoria, che non è nostalgia del passato, ma custode di identità e di senso. La memoria ci radica, ci ricorda da dove veniamo e ci insegna a riconoscere il bene ricevuto. Allo stesso tempo, occorre imparare la pazienza dell'attesa. Ogni cosa profonda ha bisogno di tempo per maturare: l’amicizia, la fede, l’amore, la sapienza. Riconciliarsi con il tempo significa accettare il ritmo delle stagioni della vita, comprendendo che anche il limite e il tramonto fanno parte della bellezza del disegno."