In “Peccato” immagina se stessa nel 2049, dimenticata dal pubblico e lontana dai riflettori. Ed è così che l’attrice trasforma il proprio possibile fallimento in una commedia surreale per raccontare qualcosa di molto più serio: la paura di perdere ciò che abbiamo conquistato
Nel mondo dello spettacolo, dove il tempo viene spesso nascosto, corretto o negato, Emanuela Fanelli ha deciso di portarselo avanti. A Venezia si è presentata ai fotografi con parrucca, rughe e qualche decennio in più: una versione futura di se stessa, abbastanza riconoscibile da far sorridere e abbastanza spiazzante da suggerire che, anche questa volta, il gioco fosse più serio di quanto sembrasse. -taglio- È il suo modo di abitare la scena: prendere un’aspettativa, rovesciarla e lasciare che, tra una risata e un momento di imbarazzo, affiori qualcosa di noi. L’occasione è “Peccato”, la nuova serie Max Original presentata in anteprima alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e disponibile dal 2 ottobre su HBO Max. Una commedia in forma di falso documentario che, in sei episodi, immagina l’attrice nel 2049: sessantatré anni, una carriera interrotta e un’esistenza appartata in un paesino della Valle d’Aosta, lontano dai riflettori e quasi dalla memoria del pubblico. Che cosa è successo? Quale scandalo ha trasformato il successo in oblio? Intorno a queste domande prende forma un racconto che gioca con la celebrità e le sue contraddizioni, scegliendo come bersaglio proprio chi lo interpreta. Per Fanelli, del resto, l’autoironia non è un ornamento da esibire nelle interviste, ma una parte essenziale del linguaggio. Romana, classe 1986, ha cominciato a recitare a teatro da adolescente, costruendo il proprio percorso attraverso una lunga pratica del palcoscenico. Prima che il pubblico imparasse a riconoscerla, nella sua vita c’è stato anche il lavoro in una scuola dell’infanzia: un capitolo lontano dai tappeti rossi, che restituisce concretezza a una storia professionale cresciuta senza scorciatoie. Il debutto al cinema arriva nel 2015 con Non essere cattivo di Claudio Caligari; l’anno successivo è accanto a Corrado Guzzanti nella serie “Dov’è Mario?”. Poi, con “Una pezza di Lundini”, conquista una platea sempre più ampia, dando corpo a una comicità capace di trasformare una pausa, una frase fuori posto o un’espressione impassibile in un piccolo cortocircuito. Il cinema ne ha rivelato altre sfumature, senza smentire quella sensibilità. Con “Siccità” di Paolo Virzì e “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi conquista, nel 2023 e nel 2024, due David di Donatello consecutivi come migliore attrice non protagonista. Nel ruolo di Marisa, amica di Delia interpretata da Cortellesi, sa essere schietta, vitale, solidale: una presenza che porta calore dentro una storia di violenza e riscatto. Più che un passaggio dalla comicità alla recitazione drammatica, il suo sembra l’ampliamento di uno stesso sguardo, attento alle fragilità e alle incongruenze delle persone, a ciò che fanno per cavarsela e a quello che preferirebbero non mostrare. Con “Peccato”, quello sguardo torna su di lei. Mettere in scena la propria caduta proprio mentre la carriera raccoglie riconoscimenti diventa un modo per interrogare il successo, anziché limitarsi a celebrarlo. Al Lido Fanelli ne parla con ironia, ma sotto le battute si riconosce una domanda che riguarda anche chi non ha mai affrontato un provino o camminato su un red carpet: quanto di ciò che inseguiamo corrisponde davvero a ciò che desideriamo? Da qui prende avvio la nostra conversazione, tra ambizioni, paura di perdere quanto si è costruito e libertà di cambiare direzione. Perché dietro la finzione di una vita futura può nascondersi il dubbio più concreto del presente: «Era davvero questo che volevo?». Emanuela, mentre la sua carriera va benissimo lei ha deciso di immaginare il proprio fallimento. Non è proprio scaramantica… «Forse è un modo per esorcizzarlo! Mi divertivano quei documentari molto celebrativi dedicati a persone ancora in vita e anche piuttosto giovani. E poi c’è una certa retorica contemporanea del tipo: “Sono inciampata, ma quell’inciampo mi ha dato la forza per correre ancora più veloce”. Non sempre la vita funziona così. A me divertiva raccontare invece un fallimento puro, senza doverlo trasformare necessariamente in qualcosa di positivo. E usare me stessa per farlo proprio in un momento in cui professionalmente, insomma, va tutto bene». Quando le cose vanno bene le capita davvero di pensare: “E se domani finisse tutto?” «Certo. Ma credo succeda anche nei rapporti personali. Quando sei innamorato, quando stai bene o hai una bella amicizia, da qualche parte può comparire il pensiero: “Oddio, e se finisse?”. Per quanto riguarda il lavoro, noi questa paura l’abbiamo proprio messa in scena. Abbiamo immaginato come potrebbe andare tutto male, sotto ogni punto di vista. E se un giorno dovesse succedere potrò almeno dire: “Avete visto? Io l’avevo detto”». La Emanuela del 2049 è insopportabile, egocentrica, a tratti mitomane. Eppure viene anche voglia di volerle bene. «Era quello che speravo. Mi piacerebbe che all’inizio il pubblico ridesse molto di lei, attraverso un umorismo surreale, e che poi a un certo punto pensasse: “Però questa donna mi fa anche un po’ tenerezza”. È una Emanuela distante da me, è un personaggio. Si racconta tante bugie, ma in fondo tutti noi in qualche modo ci raccontiamo delle storie per sopravvivere. La nostra vita ce la raccontiamo e ce la riraccontiamo continuamente». E a un certo punto quella donna si domanda se la vita che ha vissuto fosse davvero quella che desiderava. È forse la parte meno comica della serie? «Sì, perché in realtà il mondo dello spettacolo è soprattutto un pretesto. Quello che mi interessava era arrivare a raccontare una donna che, diventando adulta, a un certo punto si guarda intorno e pensa: “Forse non era questa la vita che volevo”. È una domanda molto umana. Credo possa succedere a tutti, magari in momenti diversi. Se succederà anche a me a 63 anni, ve lo saprò dire quando ci arriverò». Nella serie ci sono tantissimi suoi colleghi e amici: Alessandro Borghi, Sabrina Ferilli, Valerio Mastandrea, Ferzan Özpetek, Paola Cortellesi, Geppi Cucciari. Convincerli a prendersi in giro è stato difficile? «Ho fatto tante telefonate. E a volte, mentre spiegavo quello che avevamo scritto, mi rendevo conto di quanto fosse assurdo! Con Ferzan, per esempio, mentre gli raccontavo tutta una storia legata ai pannelli fotovoltaici pensavo: “Ma che cosa gli sto dicendo?”. Invece ha riso molto. Tutti hanno accettato di interpretare versioni surreali di se stessi e sono stati complici del gioco». Nessuno le ha mai detto: “Questo però è troppo”? «No, perché il nostro umorismo non vuole essere quello di chi si mette su un piedistallo e prende in giro gli altri. È sempre uno scherzo fatto insieme. E la prima a essere presa in giro sono io. Tutti hanno accettato di mostrare anche lati miserabili, decadenti, ridicoli. Ma spesso sono proprio quei lati a renderci più teneri e più umani». A Venezia si è presentata proprio come la Emanuela sessantatreenne della serie. Qualcuno ha letto quella scelta come un messaggio contro la paura di invecchiare. Era davvero così? «No, e questa cosa mi ha fatto molto ridere. Non volevo lanciare nessun messaggio sull’accettazione delle rughe. Sono arrivata così perché Peccato è un finto documentario e mi piaceva che si presentasse la sua protagonista. E poi volevo far sorridere i fotografi e smontare un po’ quella solennità del momento in cui “arriva l’attrice”. Sul resto non ho una posizione ideologica: se una persona si sente meglio togliendosi una ruga, fa benissimo a farlo. Se un’altra non vuole fare niente, fa altrettanto bene». Lei ha iniziato giovanissima, ma il grande successo è arrivato dopo un percorso lungo. Quando finalmente arriva, è facile perdere la testa? «Ho cominciato a recitare a sedici anni, poi ho iniziato a scrivere le mie cose. Il percorso è stato lungo. Quando però le cose hanno iniziato ad andare bene, sono andate tanto bene e anche piuttosto velocemente. Proprio allora ho percepito il rischio di farmi definire da questo mestiere». Neanche vincere premi importanti cambia davvero quello che pensa di sé? «Il David di Donatello è stato bellissimo, un onore meraviglioso. Ma ho pensato che se me ne avessero parlato dieci anni prima, probabilmente nella mia immaginazione gli avrei dato ancora più importanza. Quando è arrivato, invece, credo di avergli dato il peso giusto». Che cosa significa, per lei, “il peso giusto”? «Questo è un lavoro che amo tantissimo, ma non può stabilire quanto valgo come persona. Ci sono troppe variabili che non dipendono da noi. Non posso sentirmi più importante o più “fica” perché sto avendo successo come attrice. Se ho un valore, deve stare in luoghi molto lontani da questo mestiere. Ho capito che le cose che davvero mi smuovono i sentimenti stanno da tutt’altra parte. E soprattutto che l’attrice non può diventare il metro con cui misuro quanto sono felice».