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Diego Llorente

di Francesco Maria Menghi

Numero 273 - Settembre 2026

Una carriera costruita con talento, sacrificio e soprattutto con la voglia di non perdere mai il piacere di giocare. Diego Llorente si racconta, tra calcio e famiglia


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Ci sono carriere che nascono molto presto, ma che continuano a crescere senza mai perdere il sapore delle cose semplici. È il caso di Diego Llorente, arrivato nelle giovanili del Real Madrid quando aveva appena nove anni e approdato nel calcio professionistico dopo una formazione tra alcuni dei club più importanti della Spagna. -taglio- Difensore della nazionale e oggi protagonista col Real Betis, ha attraversato città, spogliatoi e culture diverse, trasformando ogni esperienza in un tassello della propria crescita. Eppure, dietro il professionista abituato alla pressione delle grandi partite, rimane il bambino che tirava i primi calci insieme al padre e al fratello su un campo vicino casa. È proprio da lì che parte il suo racconto: dalla convinzione che, prima ancora di diventare un lavoro, il calcio debba essere divertimento e felicità. Un principio che Llorente ha portato con sé anche nei momenti più difficili, dalle sconfitte alle sfide di una vita continuamente in movimento. Oggi il Real Betis rappresenta una nuova tappa, forse una delle più importanti. La vive con la famiglia, lontano dal caos del centro e vicino a quella dimensione quotidiana fatta di passeggiate, tranquillità e piccoli rituali. Partiamo dai tuoi ricordi da bambino. Dove hai iniziato a tirare i primi calci al pallone? “Da bambino giocavo con mio papà e mio fratello su un campo vicino a casa. E poi a scuola, con gli amici, le cose normali di un bambino. Ma i primi ricordi ce li ho con la mia famiglia, soprattutto.” Tuo fratello è più grande o più piccolo di te? “Più grande, di tre anni. Lui è del 1990, io del 1993.” Quando hai capito che avresti potuto fare del calcio la tua professione? “Non saprei indicare un momento preciso: stagione dopo stagione mi sono sempre posto obiettivi diversi, ma ci doveva essere alla base sempre il divertimento. Il calcio mi rende felice, mi diverte, quindi non c’è un momento preciso. Forse dopo i diciassette–diciotto anni capisci che puoi arrivare in alto, ma l’obiettivo era soprattutto essere felice.” È questo il consiglio che ti senti di dare a un giovane che si approccia al calcio verso il professionismo? Di divertirsi, soprattutto? “Sì, io penso che quando sei un bambino il primo obiettivo sia sempre divertirsi. Per me quello è il concetto più importante, essere felici. Vale per il calcio, il basket e qualsiasi altro sport.” Tra i compagni di squadra che ti hanno aiutato di più in carriera, quale sceglieresti? “Ricordo Pepe quando sono arrivato in prima squadra al Real Madrid. Era un riferimento importante per i giovani della prima squadra. Poi, quando sono andato via dal Real, mi ha aiutato molto anche Trashorras, il capitano del Rayo Vallecano. Sono loro i giocatori che mi hanno aiutato di più ad ambientarmi.” -taglio2- Pepe che tipo di persona è fuori dal campo? Sul terreno di gioco lo abbiamo visto sempre molto aggressivo. “Fuori dal campo è una persona meravigliosa. Tranquilla, aiuta sempre i giovani, sorride spesso. In campo poi si trasforma, diventa un altro.” Qual è stata la tua più grande soddisfazione e quale la delusione peggiore in carriera? “La cosa più bella è stata ricevere la convocazione agli ultimi Europei, una grande soddisfazione. Il momento più difficile lo associo alla finale di Europa League persa a Budapest con la Roma.” Quali sono stati i pensieri tuoi e della squadra dopo quella notte? “Fa molto male quando sei così vicino a una vittoria del genere e tutto si decide ai rigori.” Come gestisci la tua vita da calciatore con gli impegni della tua famiglia? Sei sposato dal 2018 e hai una figlia… “Fin da bambino ero abituato a spostarmi, a viaggiare. Per la mia famiglia è diverso, per loro è un po’ più difficile. Ma capiscono che questa è la vita del calciatore, non sarà per tutta la vita. Dura dieci–quindici anni, poi ci si stabilizza in un posto. Bisogna solo tenerlo a mente.” In Spagna hai vissuto a Madrid, Malaga, San Sebastian. Un aggettivo per ciascuna di queste città? “Madrid è la capitale, lì puoi fare tutto. Non c’è il mare, ma resta una città unica. Malaga è una città più vacanziera. Il clima è sempre mite, tutto l’anno, ed è molto bello. San Sebastian è una città piccola, ma molto bella. Per me lì c’è la spiaggia più bella di tutta la Spagna, La Kontxa. Avevo un appartamento proprio lì davanti, vedevo il mare tutte le mattine. Era bellissimo.” Sei passato anche per Roma negli anni scorsi, c’eri già stato? “Sì, nell’estate del 2015 con mia moglie, ma solo per tre o quattro giorni. In poco tempo vedi poco, non riesci a visitare tanti posti, soprattutto se fa caldo. Nel tempo che sono stato lì ho scoperto una città bellissima. Ha tutto, anche il mare. Sono stato anche a Milano e Venezia, ma senza dubbio Roma è la città più bella d’Italia.” Intervista rilasciata per il portale dell’Ambasciata di Spagna in Italia, a cura di Francesco Maria Menghi – https://spagnaculturaescienza.it/interviste/diego-llorente/





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