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Claudia Conte

di Tommaso Martinelli

Numero 269 - Aprile 2026

La giornalista e attivista si racconta ad Albatros, tra tanti progetti in radio e tv, oltre al suo nuovo libro “Dove nascono i silenzi”


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Giornalista, attivista per i diritti umani e portavoce dell’Osservatorio Nazionale sul Bullismo e il Disagio Giovanile, da marzo in libreria con il nuovo libro “Dove nascono i silenzi”. Claudia Conte, conduttrice di RadioRai e opinionista nei più importanti programmi Rai, Mediaset e La7 si racconta ad Albatros Magazine.-taglio- Claudia, giornalista, scrittrice, conduttrice: quando hai capito che raccontare la realtà e impegnarti sui temi sociali sarebbe stata la tua strada? “Non c’è stato un momento preciso, ma una consapevolezza che è cresciuta nel tempo. Ho sempre pensato che il giornalismo non dovesse limitarsi a commentare la realtà da una comoda poltrona, ma provare a guardarla da vicino, anche quando è scomoda. Raccontare le fragilità della nostra società, le contraddizioni, le ingiustizie: è lì che il giornalismo diventa davvero utile. Altrimenti rischia di essere solo rumore di fondo o a volte persino militanza politica.” Nella tua carriera hai scelto spesso di dare voce a chi ne ha meno: da dove nasce questa sensibilità? “Nasce soprattutto dall’esempio di mia nonna. È stata lei a trasmettermi il valore del volontariato e l’idea molto semplice – ma oggi quasi rivoluzionaria – che aiutare gli altri sia un dovere civile. In un mondo in cui spesso prevale l’egoismo, impariamo invece la bellezza di donarci agli altri. E in una società in cui si parla molto di diritti, forse ogni tanto dovremmo anche chiederci cosa possiamo fare noi, concretamente, per migliorare la comunità in cui viviamo. E aggiungo una cosa che può sembrare controcorrente: non è sempre vero che il bene debba restare in silenzio. Raccontare le buone pratiche, far conoscere esperienze positive, valorizzare chi si impegna per gli altri è fondamentale. Non per esibizionismo, ma perché il bene, quando viene condiviso, può diventare contagioso. Soprattutto tra i più giovani, vedere esempi virtuosi può creare emulazione e stimolare un senso di responsabilità che oggi è più necessario che mai.” Da anni sei impegnata nella difesa dei diritti umani, in particolare contro la violenza sulle donne e sui minori. Quanto è cambiata oggi la consapevolezza su questi temi? “La consapevolezza è cresciuta, ed è un bene. Ma a volte ho l’impressione che il dibattito pubblico preferisca le bandiere ideologiche alle soluzioni concrete. Parlare di violenza è fondamentale, ma lo è altrettanto investire seriamente in educazione, prevenzione e sostegno alle vittime. Meno slogan e più responsabilità: forse è meno spettacolare, ma è l’unica strada che funziona davvero.” Oltre alla denuncia, quali sono secondo te gli strumenti più efficaci per costruire una vera cultura della legalità? “Proprio la cultura. Una cultura che torni ad avere il coraggio di distinguere chiaramente tra bene e male. Una società sana ha bisogno di una narrazione che sappia indicare modelli positivi. Dobbiamo raccontare storie in cui gli eroi siano quelli che difendono la legge e la comunità, non chi la viola. Per troppo tempo, anche a causa di alcune narrazioni mediatiche – penso a certe serie tv come Gomorra o a una parte della musica trap – si è finito per mitizzare bulli, criminali e camorristi, trasformandoli quasi in personaggi affascinanti. Io credo invece che dovremmo valorizzare chi ogni giorno combatte davvero per la legalità: i magistrati, le forze dell’ordine, le forze armate, ma anche gli insegnanti, gli educatori e tutti quei cittadini che scelgono di stare dalla parte giusta. La cultura della legalità nasce proprio da questo: dal racconto di esempi virtuosi che mostrino ai giovani che il vero coraggio non è infrangere le regole, ma difenderle. Perché la legalità si costruisce soprattutto con l’educazione e con l’esempio. -taglio2- Scuola, famiglia e istituzioni devono tornare a trasmettere il valore del rispetto delle regole, che non sono un limite alla libertà, ma la sua condizione.” Nel tuo lavoro incontri spesso storie difficili: come si fa a raccontarle senza perdere empatia ma anche senza farsi travolgere emotivamente? “È un equilibrio sottile. L’empatia è necessaria, perché senza di essa il racconto diventerebbe freddo e distante. Ma allo stesso tempo bisogna mantenere compostezza e lucidità. Il rischio oggi è quello di trasformare tutto in spettacolo emotivo: lacrime, indignazione, clamore mediatico, drammi esibiti solo per fare share. Io credo invece che il rispetto per le storie delle persone – e per la loro dignità – passi soprattutto dalla sobrietà e dalla serietà con cui vengono raccontate. Il giornalismo dovrebbe illuminare le ferite della società, non usarle come palcoscenico. Raccontare il dolore richiede responsabilità, misura e soprattutto rispetto per chi quel dolore lo vive davvero.” Il tuo ultimo libro s’intitola “Dove nascono i silenzi”. Cosa aggiunge alla tua carriera? “È il risultato concreto del lavoro che porto avanti da anni, soprattutto nelle scuole e con l’Osservatorio Nazionale sul Bullismo e il Disagio Giovanile. Dove nascono i silenzi unisce racconto civile, riflessione sociale e testimonianze umane nate dall’ascolto diretto di tanti ragazzi e delle loro famiglie. Il libro nasce dalla mia esperienza nel giornalismo e dal lavoro sul campo con giovani che vivono situazioni di bullismo, fragilità familiari e disagio sociale. I “silenzi” del titolo sono proprio quelli che spesso circondano il dolore: il silenzio delle vittime che non riescono a parlare, quello delle famiglie che non sanno come affrontare certe difficoltà, ma anche quello di una società che a volte preferisce non vedere. Attraverso storie, riflessioni e incontri reali affronto temi come il bullismo, la solitudine delle nuove generazioni, la violenza psicologica e il bisogno di ascolto. L’idea centrale è che dietro ogni silenzio esiste una storia che merita attenzione. Il libro è anche un invito a dare voce a ciò che resta nascosto, soprattutto quando riguarda i più giovani. Rompere questi silenzi significa costruire una società più consapevole, capace di distinguere tra indifferenza e responsabilità. In questo senso, Dove nascono i silenzi non è solo un racconto di fragilità, ma anche un messaggio di speranza: perché proprio dall’ascolto dei silenzi possono nascere consapevolezza, cambiamento e nuove possibilità di rinascita.”





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