Al di là della breve esperienza amministrativa, l'impegno del dottor Ravera è stato rivolto soprattutto al raggiungimento di importanti obiettivi in ambito sanitario
Il 3 luglio scorso è venuto a mancare, all'età di 96 anni, il dottor Bruno Ravera. Salerno perde uno dei protagonisti della sua storia sanitaria e civile. Non è stato un medico come tanti, ma una figura speciale: -taglio- medico eccellente, profondamente legato ai propri pazienti; uomo di vasta cultura; primario capace di dirigere con competenza un reparto delicato come quello di Cardiologia; presidente autorevole dell'Ordine dei Medici e degli Odontoiatri della provincia di Salerno per quasi quarant'anni; sindaco di Salerno dal 24 marzo 1978 al 4 agosto 1979, in uno dei momenti più difficili della storia repubblicana. Al di là della breve esperienza amministrativa, l'impegno del dottor Ravera è stato rivolto soprattutto al raggiungimento di importanti obiettivi in ambito sanitario. Anche a lui si devono la realizzazione del reparto di Cardiologia dell'Ospedale San Giovanni di Dio e Ruggi d'Aragona di Salerno e, successivamente, l'istituzione della Cardiochirurgia, che hanno contribuito a fare dell'ospedale salernitano un'eccellenza cardiologica di livello nazionale. Un altro prestigioso traguardo, al quale contribuì in maniera determinante, fu la nascita della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Salerno. Il conseguimento di questi risultati fu favorito anche dalla sua lunga e prestigiosa presidenza dell'Ordine dei Medici e degli Odontoiatri della provincia di Salerno. Sotto la sua guida, l'Ordine divenne un punto di riferimento nazionale per le politiche sanitarie. Il presidente Ravera godeva di grande autorevolezza ogni volta che esprimeva il proprio pensiero su questioni riguardanti la sanità. Le sue idee, "chiare e distinte", toccavano temi delicati come il ruolo e la dignità della professione medica, difendendo indistintamente tutti i medici — ospedalieri, medici di medicina generale, specialisti ambulatoriali, universitari e liberi professionisti — in un periodo particolarmente complesso, quello della cosiddetta pletora medica degli anni Ottanta. Con lungimiranza si oppose alla riduzione dei posti letto negli ospedali. Osservando oggi lo stato della sanità pubblica, si può affermare che le sue preoccupazioni erano fondate.-taglio2- Conobbi il presidente Ravera poco dopo la mia iscrizione all'Ordine dei Medici. Molti anni dopo ebbi il privilegio di conoscere anche l'uomo, grazie alla rivista dell'Ordine, “Salerno Medica”. Fu lui a invitarmi a collaborare, avendo saputo che ero giornalista. Ravera ne era il direttore, mentre io ricoprivo il ruolo di vicedirettore. Questo ci offriva l'opportunità di incontrarci ogni mese per discutere, insieme agli altri componenti della redazione, i temi da pubblicare. In poco tempo si instaurò un rapporto di reciproca stima. Tuttavia, nonostante mi avesse invitato più volte a dargli del tu, continuai a chiamarlo «direttore», «dottore» o «presidente». Quando scoprimmo di condividere l'interesse per la filosofia, i nostri incontri divennero più frequenti, anche al di fuori delle riunioni redazionali. Ricordo che, quando gli confidai di aver conseguito con lode la laurea magistrale in Filosofia, ne fu molto felice, ma non sorpreso. Mi ricordò che gli antichi medici erano anche filosofi e che, nella Scuola Medica Salernitana dell'XI secolo, il percorso di formazione durava otto anni, dei quali i primi tre erano dedicati proprio allo studio della filosofia. Ciò che più mi colpiva durante quei colloqui era la sua capacità di affrontare con naturalezza anche gli argomenti più complessi. Possedeva una cultura vastissima, ma era rimasto, nello spirito, un autentico socratico, facendo del celebre motto "so di non sapere" il proprio principio ispiratore. Nonostante le sue straordinarie competenze e un'esperienza di vita non comune, conservava una rara semplicità e un'insaziabile curiosità intellettuale. Dava sempre l'impressione di voler continuare ad apprendere, come se ogni incontro fosse un'occasione per arricchirsi ancora. Questa è stata la lezione di vita che, più di tanti altri insegnamenti, Bruno Ravera ha lasciato a me e a tutti coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo.