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Bérengère Primat

di Michela Secci

Numero 273 - Settembre 2026

Con la fondatrice e presidente della Fondazione Opale di Lens/Crans-Montana, approfondiamo questa incredibile cultura e le sue uniche espressioni artistiche


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Appassionata sostenitrice dell’arte aborigena australiana, Bérengère Primat è la fondatrice e presidente della Fondazione Opale di Lens/Crans-Montana, in Svizzera. -taglio- Il suo incontro con questa straordinaria espressione artistica risale a una ventina d’anni fa, durante una mostra a Parigi: un’esperienza destinata a segnare profondamente il suo percorso umano e professionale e a ispirare la nascita, nel 2018, dell’unico centro d’arte contemporanea in Europa interamente dedicato alla promozione dell’arte e della cultura aborigena australiana. Attraverso mostre, incontri e progetti culturali, la Fondazione Opale promuove il dialogo tra culture e popoli, offrendo agli artisti aborigeni uno spazio privilegiato di espressione e confronto con il pubblico europeo. Cuore dell’istituzione è la Collezione Bérengère Primat, che comprende oltre 1.900 opere di quasi 440 artisti ed è considerata una delle più importanti raccolte private di arte aborigena contemporanea al mondo. Dal 14 giugno all’8 novembre 2026, la Fondazione presenta una grande retrospettiva dedicata a Emily Kam Kngwarray (1914-1996), una delle figure più significative dell’arte contemporanea del XX secolo. Realizzata in collaborazione con la Tate Modern di Londra e la National Gallery of Australia, l’esposizione riunisce oltre ottanta opere provenienti da più di venticinque collezioni internazionali ed è la più ampia retrospettiva mai organizzata in Europa sull’artista australiana. Concepita in stretto dialogo con la comunità di Utopia, terra d’origine di Emily Kam Kngwarray, la mostra è il risultato del lavoro congiunto di Kelli Cole, curatrice indipendente di origini Warumungu e Luritja, Georges Petitjean, curatore della Fondazione Opale, e della stessa Bérengère Primat, la cui prestigiosa collezione privata contribuisce all’esposizione con una trentina di opere. Originaria della regione di Sandover, nel Territorio del Nord australiano, Emily Kam Kngwarray iniziò a dipingere intorno ai settantaquattro anni. In appena otto anni realizzò migliaia di opere, rivoluzionando il linguaggio della pittura contemporanea con una ricerca artistica profondamente radicata nella spiritualità, nella memoria ancestrale e nel rapporto con la propria terra. Un dettaglio poco noto riguarda il suo nome. “Emily” non era infatti il nome con cui era conosciuta all’interno della sua comunità: le venne attribuito dai coloni europei perché il suo vero nome era ritenuto difficile da pronunciare. In un video conservato dalla Fondazione, la stessa artista racconta che il suo vero nome era Kam, ricevuto dal nonno, un particolare che restituisce tutta la forza della sua identità culturale. In questa intervista Bérengère Primat racconta la nascita della Fondazione Opale, la genesi di questa straordinaria esposizione e il messaggio universale che continua a rendere l’opera di Emily Kam Kngwarray una delle espressioni artistiche più intense e poetiche del nostro tempo. La Fondazione Opale è oggi un punto di riferimento europeo per l’arte aborigena contemporanea. Da dove nasce il nome “Opale”? «All’inizio desideravo scegliere un nome aborigeno, ma esistono più di cento lingue aborigene e adottarne una avrebbe significato escludere tutte le altre. Ho quindi cercato una parola semplice, facilmente pronunciabile e rappresentativa dell’Australia. L’opale è una pietra profondamente legata alle mitologie aborigene e la sua luminosità riflette perfettamente lo spirito della Fondazione. Anche il nostro edificio, affacciato sul lago e rivestito di pannelli fotovoltaici, crea riflessi di luce che ricordano l’opale.» La Fondazione Opale rappresenta un caso unico in Europa. Qual è la filosofia che guida il suo impegno? «Sì, è l’unica istituzione europea interamente dedicata all’arte e alla cultura aborigena australiana. Esistono importanti collezioni in altri musei, ma nessuna struttura è consacrata esclusivamente a questo patrimonio culturale. Quando ho fondato Opale non volevo creare un museo tradizionale, ma una piattaforma dove gli artisti aborigeni potessero raccontarsi direttamente. Non sono la loro portavoce: il mio ruolo è offrire loro uno spazio in cui possano sentirsi accolti, esprimersi liberamente e presentare la propria arte al pubblico europeo.» Perché dedicare questa grande retrospettiva a Emily Kam Kngwarray? «Emily è considerata una delle più grandi artiste aborigene australiane e una delle figure più importanti dell’arte contemporanea del Novecento. A trent’anni dalla sua scomparsa, la sua influenza continua a crescere. Un anno dopo la morte, nel 1997, le sue opere furono scelte per rappresentare l’Australia alla Biennale di Venezia, consacrandola definitivamente sulla scena artistica internazionale. Per noi era importante renderle omaggio. Dopo essere stata presentata alla Pace Gallery di New York e alla Tate Modern di Londra, la mostra approda oggi alla Fondazione Opale. Il percorso espositivo è molto simile a quello delle precedenti tappe, ma lo abbiamo arricchito con numerose opere provenienti dalla mia collezione privata.»-taglio2- Emily Kam Kngwarray iniziò a dipingere molto tardi, ma in pochi anni realizzò un numero impressionante di opere. Lei possiede inoltre una delle più importanti collezioni dedicate all’artista. «È una storia straordinaria. Emily iniziò a dipingere a circa settantaquattro anni e, dal momento in cui prese il pennello in mano, non smise più fino alla sua morte. Si stima che abbia realizzato tra duemila e tremila opere in appena otto anni. Nella mia collezione ne possiedo circa cinquantacinque e una trentina sono oggi esposte in questa mostra.» Quale racconto avete voluto costruire attraverso questa esposizione? «L’idea era mostrare l’evoluzione del suo linguaggio artistico attraverso i grandi temi che attraversano tutta la sua produzione: il territorio, il deserto, le piante, le risorse alimentari del bush australiano, le cerimonie femminili, le decorazioni rituali del corpo e la spiritualità dei luoghi ancestrali. Ogni soggetto è profondamente legato alla sua cultura e al suo Paese, ma al tempo stesso rivela una straordinaria libertà espressiva. Per questo abbiamo scelto di aprire il percorso con le grandi tele dell’ultima fase della sua carriera: opere luminose, potenti e di grande forza contemporanea.» Come si sviluppa il percorso della mostra? «Il percorso accompagna il visitatore alla scoperta dell’evoluzione artistica di Emily. Al piano terra sono esposte le opere dedicate alle decorazioni rituali del corpo; salendo al primo piano si incontrano i batik, che rappresentano gli esordi della sua produzione. Da qui il percorso prosegue in ordine cronologico, ripercorrendo i principali temi della sua ricerca artistica e mostrando la straordinaria evoluzione del suo linguaggio pittorico.» C’è un’opera di Emily Kam Kngwarray che la emoziona più delle altre? «È una domanda alla quale è difficile rispondere. Credo dipenda molto dal momento della vita in cui mi trovo. Ogni volta è un’opera diversa ad attirare il mio sguardo. Tutti i suoi dipinti sono straordinari, ma ciascuno riesce a parlarci in maniera differente, entrando in risonanza con il nostro stato d’animo.» Durante la preparazione della mostra ha scoperto qualcosa di nuovo sull’artista? «Conoscevo già molto bene il suo lavoro, quindi non direi di aver fatto nuove scoperte sulla sua opera. Tuttavia, alcuni mesi fa ho avuto la fortuna di visitare per la prima volta il suo territorio insieme alle donne della sua famiglia. È stata un’esperienza profondamente emozionante. Ho visto il luogo dove Emily è nata, ha vissuto e ha dipinto, immersa in una natura completamente incontaminata. Lì ho compreso ancora più intensamente quanto il suo legame con la terra fosse indissolubile. Quando siamo ripartiti, le donne della famiglia hanno salutato Emily dicendole “arrivederci”, come se fosse ancora presente. È stato un momento di una forza straordinaria che non dimenticherò mai.» All’inaugurazione della mostra erano presenti anche alcuni membri della famiglia di Emily? «Sì, sono arrivate otto donne della sua famiglia ed è stato uno dei momenti più emozionanti dell’inaugurazione. Quando è stato chiesto loro che cosa provassero nel rivedere le opere di Emily, hanno risposto: “Per noi non sono dei quadri. È Emily che è qui con noi”. Quelle parole mi hanno profondamente commossa, perché raccontano meglio di qualsiasi spiegazione il rapporto spirituale che unisce la comunità alla sua arte.» Quale messaggio desidera che i visitatori portino con sé al termine della visita? «Spero che questa mostra trasmetta speranza. Nell’opera di Emily percepisco una gioia profonda, una straordinaria armonia e un grande desiderio di condivisione. Può sembrare un ideale utopico, ma i suoi dipinti ci invitano a vivere in equilibrio con gli altri, con la natura e con il mondo che ci circonda. Credo che questo sia uno dei messaggi più preziosi che la sua arte possa trasmettere ancora oggi.» Anche la sua storia personale è profondamente legata all’Australia. «Sì. Nel 2007 mi trasferii in Australia con i miei figli, che allora erano molto piccoli. Dovevamo restare un anno, ma per motivi familiari siamo rientrati dopo alcuni mesi. È stato però un periodo fondamentale della mia vita. Gli artisti aborigeni hanno percepito il mio sincero interesse e, poco a poco, si è instaurato un rapporto di fiducia. I nostri figli giocavano insieme e questo ha contribuito a creare un legame ancora più autentico. A un certo punto sono stata simbolicamente adottata dalla comunità e mi è stato attribuito il nome aborigeno Napaljarri, uno degli otto “nomi di pelle” femminili del sistema di parentela del deserto centrale australiano. È un nome che identifica il posto di una persona all’interno della comunità e le relazioni con gli altri. Riceverlo è stato per me un gesto di straordinario valore umano e spirituale.» Dopo questa importante retrospettiva, quali saranno i prossimi progetti della Fondazione Opale? «Abbiamo molti progetti già in preparazione. La prossima mostra sarà dedicata agli artisti della comunità Spinifex Tjuntjuntjara, una delle più isolate dell’Australia occidentale. Si tratta di artisti straordinari, ancora poco conosciuti in Europa, e mi auguro che alcuni di loro possano essere presenti all’inaugurazione. Successivamente presenteremo un dialogo tra Clifford Possum Tjapaltjarri, uno dei grandi maestri dell’arte aborigena, e Bill Viola, mettendo a confronto due universi artistici apparentemente lontani ma sorprendentemente vicini sul piano della spiritualità e della ricerca interiore. Il prossimo aprile saremo inoltre presenti ad Art Paris, al Grand Palais, dove la Fondazione Opale avrà uno stand dedicato e parteciperà alla realizzazione di una grande installazione artistica sul piazzale antistante. Sarà una straordinaria occasione per dare ancora maggiore visibilità all’arte aborigena contemporanea e continuare a costruire ponti tra culture diverse attraverso il linguaggio universale dell’arte.»





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