Chitarre, alici e bagni di sole: a Procida il grande appuntamento del Manouche Jazz Festival
Il jazz Manouche è una questione fisica. Niente batterie, niente fiati ingombranti. Solo legno, corde di metallo e un ritmo ostinato chiamato la pompe, la pompa. Lo ha inventato quasi un secolo fa Jean "Django" Reinhardt, uno zingaro sinti a cui un incendio nella sua roulotte aveva fuso due dita della mano sinistra. Invece di piangersi addosso, -taglio- Django trasformò quel limite fisico in uno stile unico, mischiando lo swing americano con la vecchia tradizione nomade. È musica nata per la strada, fatta per viaggiare leggeri. Per un intero fine settimana, questo spirito gitano si è preso i vicoli di Procida. Scordatevi i concerti ingessati con le poltrone numerate e il silenzio in sala. Il Procida Manouche Jazz Festival si vive rigorosamente camminando. Sull'isola incroci in continuazione gruppetti di musicisti seduti sui muretti a secco, custodie aperte per terra e jam session improvvisate. Il pubblico passeggia, si ferma, ascolta con una birra in mano e sorride in un'atmosfera che sa di festa di paese vera, spontanea e rilassata. Per strada si tengono anche lezioni di musica a cielo aperto. Lì impari a riconoscere da vicino le due chitarre simbolo di questa musica: la Grande Bouche, con la buca a forma di "D" aperta per spingere al massimo il volume della sezione ritmica, e la Petite Bouche, con la buca piccola e ovale, dal suono più acido, l'arma perfetta per bucare l'aria salmastra con gli assoli. Ma tra una schitarrata e l'altra la fame si fa sentire, e l'isola sa come rimediare.-taglio2- I ristorantini veraci lavorano a pieno ritmo: ti siedi ai tavolini fronte mare, spesso un po' sgangherati, e ti sporchi le mani con fritture di alici e paranza freschissima, sempre con le chitarre che pompano il ritmo in sottofondo. Per smaltire il pranzo, l'ideale è arrampicarsi verso Terra Murata. Salita ripida per guadagnare il punto più alto e antico di Procida. Tra le vecchie mura di tufo, le viuzze strette e la mole affascinante dell'ex carcere nel Palazzo d'Avalos a picco sull'acqua, si respira un'aria antica e un vento teso e i panorami mozzafiato sul Golfo si aprono all'improvviso. Infine la domenica, giù al livello del mare. Il concerto di chiusura si tiene alla Lingua, la spiaggetta a ridosso del porto. Nessun palcoscenico irraggiungibile o luci drammatiche: i PS5 Pietro Santangelo Quintet suonano in pieno giorno, sotto il sole cocente, letteralmente in mezzo ai bagnanti, un jazz contemporaneo con contaminazioni afrobeat. Le chitarre si mescolano alla gente in costume, agli asciugamani stesi sulla sabbia e al rumore del mare. Un momento bellissimo, di libertà assoluta, che ti fa scordare l'orologio. Almeno fino al tramonto, quando l'illusione gitana si scontra con la realtà ed è ora di tornare a casa tra turisti e musicisti che si accalcano per partire su traghetti e aliscafi, rigorosamente esauriti, ostaggi della leggendaria efficienza dei trasporti marittimi locali. La banchina di Marina Grande resta comunque il luogo degli ultimi sorrisi e degli appuntamenti fissati per la prossima edizione.