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Anche scusarsi è un’arte

di Franco Salerno

Numero 191 - Settembre 2018

Chiedere scusa racchiude una visione del mondo fondata sull’humanitas latina


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Scusarsi è ormai uno “sport” planetario. Gli Inglesi in una frazione di secondo ti rifilano la salvifica formula “Sorry” (“Scusa”), che è una parola venata di leggerezza, ma anche di (apparente) pentimento: deriva infatti dall’arcaico, ma al tempo stesso attualissimo, termine “Sarig”, che vuol dire “pieno di colpa e dispiacere”. I Canadesi sono ormai così divenuti inclini a dirsi dispiaciuti che nella Provincia dell’Ontario, dal 2009, esiste una legge denominata “Apology act”, la quale ricorda ai giudici che il chiedere scusa per aver commesso un reato non comporta di per sé passare dalla parte del torto a quella della ragione.-taglio- Il nostro verbo italiano “scusare” deriva naturalmente dal latino e precisamente dall’espressione “ex-cusare”, cioè “allontanare da qualcuno o da se stesso la cagione di qualcosa” (letteralmente “ciò che possa esser causa di rimprovero o di punizione per aver fatto qualcosa”: una variante aulica per dire "Io non c’entro!"). E, allora, visto che pur sempre alla lingua latina dobbiamo far capo, cerchiamo di capire come ci si scusava nell’antica Roma.
L’archeologo e romanziere Valerio Massimo Manfredi ha rimarcato una differenza tra Etruschi e Romani nella gestione del “perdono” nei confronti dei popoli sconfitti: “Gli Etruschi -egli scrive- negli affreschi appaiono come un popolo che ballava e faceva l’amore, ma erano ferocissimi. Dopo la battaglia di Aleria massacrarono a sassate uno per uno tutti i prigionieri focesi. Invece i Romani, che pure perseguivano in guerra l’annientamento del nemico, a chi si arrendeva risparmiavano spesso la vita (‘parcere subiectis’, cioè ‘perdonare ai sottomessi’)”. L’espressione è di Virgilio (“Eneide”, VI, 853), che cantò l’epopea romana come la diffusione dell’”humanitas” latina su scala universale: insomma, una versione positiva e “democratica” della moderna globalizzazione. La cultura latina ha creato, proprio in rapporto al paragone con il comportamento da parte degli Etruschi, una leggenda -taglio2- ormai proverbiale: quella di Muzio Scevola, che in realtà si chiamava Muzio Cordo. Questo giovane, nel 508 a.C., durante l'assedio di Roma da parte degli Etruschi comandati da Porsenna, propose al Senato di uccidere il comandante nemico. Armato di pugnale, raggiunse l'accampamento etrusco, ma sbagliò persona: uccise, infatti, lo scriba del comandante nemico. Catturato, il giovane romano non esitò a dire a Porsenna: “Volevo uccidere te. La mia mano ha errato e ora la punisco per questo imperdonabile errore”. Così mise, per scusarsi, la sua mano destra in un braciere ardente e non la tolse fino a che l’arto non fu completamente bruciato. E, poiché aggiunse che vi erano altri trecento giovani romani pronti a lottare fino alla morte contro gli Etruschi, Porsenna decise di intavolare una trattativa di pace con Roma. In questo caso, il concetto di “scusa” era un’affermazione di forza e di coraggio, del tutto lontana dalla famosa frase che i Medievali coniarono proprio avvalendosi della lingua latina: “Excusatio non petita, accusatio manifesta” ("Scusa non richiesta, accusa manifesta", dunque "Chi si scusa si accusa"). Insomma, anche nello scusarsi bisogna usare la decisione, l’intelligenza, la saggezza, come suggerivano i nostri Padri.





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