Il tecnico bresciano racconta i trionfi internazionali, il valore del gruppo, la formazione dei giovani e il legame tra sport e cultura. Un viaggio tra Italia e Spagna, dentro e fuori dal parquet
Ci sono allenatori che si distinguono per i trofei conquistati e altri che lasciano un segno per il modo in cui costruiscono una squadra. Sergio Scariolo appartiene a entrambe le categorie.-taglio- Nato a Brescia, protagonista di una carriera sviluppata tra i principali campionati europei e la pallacanestro internazionale, ha legato una parte fondamentale della propria storia alla nazionale spagnola, guidata a quattro titoli europei, un Mondiale e due medaglie olimpiche. Il suo percorso racconta molto più delle vittorie: parla di metodo, fiducia, crescita dei giovani e capacità di trasformare talenti differenti in un gruppo unito. In questa conversazione, realizzata negli anni successivi all’Europeo del 2022, il tecnico ripercorre le tappe della propria esperienza e riflette sulle differenze tra i sistemi sportivi italiano e spagnolo, senza dimenticare la dimensione personale e familiare. Uno sguardo che va oltre i risultati e restituisce il ritratto di un uomo abituato a considerare il basket anche come scuola di vita. Il suo percorso internazionale ha preso forma anche in Spagna, dove ha allenato tra il 1997 e il 2008. Che ambiente sportivo trovò al suo arrivo? «Era una nazione in grande espansione e costante crescita. Dopo anni trascorsi al di sotto dei grandi Paesi europei, si percepivano ambizione, determinazione, desiderio di emergere e la presenza di figure capaci di guidare questo processo. Anche nello sport questa vitalità era evidente: si investiva molto, si costruivano impianti ovunque e lo sport era considerato uno strumento per elevare il prestigio internazionale della Spagna. Ancor prima di lasciare l’Italia, decisi di studiare lo spagnolo perché vedevo la Spagna come una delle realtà più dinamiche e promettenti del momento. Naturalmente il mio interesse riguardava anche la pallacanestro, il mio ambito professionale.» Nel 2009, mentre allenava in Russia, arrivò la chiamata per guidare la nazionale spagnola. Tra tante partite memorabili, quali ricorda con più affetto? «Le grandi finali che ci hanno portato ai titoli europei e mondiali hanno un posto speciale. Ma ricordo anche la finale olimpica di Londra 2012 contro gli Stati Uniti, in cui eravamo avanti nell’ultimo quarto, e la semifinale del Mondiale 2019 contro l’Australia, vinta dopo due supplementari contro un avversario di altissimo livello. Indimenticabili anche i quarti, la semifinale e la finale dell’Europeo 2022, un risultato inatteso che ci ha regalato una grande gioia. Memorabile anche la finale per il bronzo alle Olimpiadi di Rio contro l’Australia, decisa all’ultimo secondo da una splendida giocata difensiva, e la semifinale dell’Europeo 2015 di Lille contro la Francia.» La nazionale campione d’Europa nel 2022 non partiva tra le favorite. Considera quel successo una delle imprese più importanti della sua carriera? «Se confrontiamo le aspettative iniziali con il risultato finale, si può dire di sì. È stato un campionato straordinario. La chimica interna era eccezionale, molti giocatori hanno dato il massimo e siamo riusciti a valorizzare ogni risorsa. Basti pensare alla finale contro la Francia, una squadra che sulla carta avrebbe dovuto sovrastarci e che invece abbiamo battuto con venti punti di vantaggio. Un trionfo ancora più significativo, soprattutto considerando lo scetticismo iniziale. Molti dubitavano che potessimo mantenere il livello dei grandi risultati del passato dopo l’uscita di scena della nostra migliore generazione.» Al di là delle medaglie, quale contributo ritiene di aver dato alla costruzione di un modello vincente? «La soddisfazione più grande è stata probabilmente l’ammirazione, e talvolta persino l’invidia, che la struttura delle nazionali spagnole, dalle giovanili alla maggiore, ha suscitato nel mondo della pallacanestro. È stato un lavoro lungo e poco visibile, svolto con fiducia, supporto e grande libertà da parte della federazione. Ho avuto collaboratori eccellenti, che hanno sposato la causa e continuano a portarla avanti anche oggi, quando posso seguirla meno direttamente. In quegli anni ci siamo dedicati alla costruzione di una struttura solida, dai bambini alla prima squadra, affinché ogni giocatore-taglio2- avanzasse lungo un percorso coerente, con passi più grandi o più piccoli a seconda della maturità. I trofei sono un capitolo a parte: sofferti, diversi e frutto del lavoro di molte persone.» Ha allenato alcune leggende della pallacanestro europea e mondiale. Quali giocatori sceglierebbe per il suo quintetto ideale, escludendo quelli che allenava al momento dell’intervista? «È difficilissimo e preferisco non sbilanciarmi, perché finirei per dimenticare qualcuno. Ho avuto la fortuna di allenare tanti grandi giocatori. Molti forse non avrebbero il talento per entrare in un quintetto ideale, ma avrebbero le qualità morali per farne parte, perché mi hanno dato molto dal punto di vista umano.» Limitandoci al talento, nomi come Djordjevic, Navarro, Kawhi Leonard, Marc Gasol e Pau Gasol si avvicinano alla sua top five? «Ce ne sarebbero altri fuori, ma sì, saremmo vicini.» La crescita dello sport spagnolo offre spunti di riflessione anche per l’Italia. Quanto contano cultura sportiva, scuola e impianti? «Credo sia una questione culturale. Nella Spagna di quegli anni lo sport era considerato un canale per ottenere riconoscimento e rispetto internazionale, e questo si traduceva in investimenti pubblici e privati spesso incoraggiati e facilitati dalle istituzioni. A livello scolastico lo sport aveva un ruolo centrale nel reclutamento e nella formazione dei giovani, mentre in Italia questo ruolo è stato abbandonato e affidato alla buona volontà delle società sportive, che fanno sempre più fatica a sopravvivere. Un tempo esistevano i vincoli, che permettevano alle società di ricavare risorse dalla cessione dei giovani talenti, ma oggi manca anche questa possibilità. Il confronto tra la presenza dello sport nelle scuole e la qualità delle strutture, dalle palestre scolastiche agli impianti pubblici, rende evidente la differenza tra i due Paesi. È triste, per chi ama l’Italia, vedere quanto sia rimasta indietro in termini di impianti sportivi.» Dopo tanti anni trascorsi all’estero, che cosa continua a legarla all’Italia? «In Spagna mi mancano le persone, la mia città e i luoghi che mi fanno sentire bene. Non sono nostalgico, ma a volte è piacevole pensare a chi non c’è più o trascorrere del tempo con gli amici più stretti, quelli che mi accompagnano fin dall’adolescenza e che restano un punto fermo nella mia vita. In Italia sto bene, a Bologna mi sento accolto e sono vicino a Brescia.» C’è una città spagnola che, per atmosfera, le ricorda Bologna? «Per dimensioni e atmosfera forse Bilbao, con cui condivide diversi punti di contatto.» E quando immagina la vita dopo la carriera, quale luogo sente più vicino a casa? «Pur con qualche parentesi altrove, confermo Marbella come residenza familiare permanente.» Anche suo figlio Alessandro ha intrapreso la strada del basket. Come ha vissuto il suo percorso da padre e allenatore? «Bisognerebbe chiederlo a lui. Io non esercito pressione, ma all’inizio della sua carriera è stata significativa perché molti credevano che il suo nome fosse un vantaggio, mentre spesso è stato un ostacolo. Ora che ha raggiunto uno status di giovane e probabile futuro professionista, ha una propria identità e può fare il giocatore indipendentemente dal nome sulla maglia. Vedremo a che livello. Ho cercato di essere presente quando richiesto e di restare ai margini quando non lo era. Anche perché sua madre è stata una giocatrice di altissimo livello internazionale. Lei è più passionale, ma, a parte nei tiri liberi, dove è molto esigente e severa, riesce a controllare il desiderio di vederlo avere successo.» Nota redazionale: intervista realizzata dopo EuroBasket 2022; le dichiarazioni sono riferite al momento della conversazione. Intervista rilasciata per il portale dell’Ambasciata di Spagna in Italia, a cura di Francesco Maria Menghi – https://spagnaculturaescienza.it/interviste/sergio-scariolo/