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Rodrigo Basilicati Cardin

di Michela Secci

Numero 274 - Ottobre 2026

L’inaugurazione di Ca’ Bragadin va oltre la celebrazione del grande stilista. La casa-museo a Venezia è un modo per guardare al futuro e mantenerne vivo lo spirito di ricerca, attraverso nuove creazioni e sperimentazioni


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La moda incontra la memoria, il design dialoga con l’arte e una casa diventa museo. A Palazzo Ca’ Bragadin, storica residenza veneziana di Pierre Cardin, nasce la Casa Museo Pierre Cardin, uno spazio dedicato all’universo creativo di uno dei grandi protagonisti della moda del Novecento. L’inaugurazione, il 3 settembre 2026, -taglio- apre un nuovo capitolo nel rapporto tra Venezia e Pierre Cardin, uniti dalla bellezza, dalla creatività e dall’inesauribile desiderio di guardare oltre il presente. Il museo racconta una visione fatta di forme, geometrie, sperimentazione e innovazione, attraverso una selezione di creazioni che attraversano epoche diverse senza seguire una tradizionale successione cronologica. Alla cerimonia erano presenti numerosi invitati ed esponenti delle istituzioni veneziane e venete. Il sindaco di Venezia, Simone Venturini, era presente nella mattinata dell’inaugurazione, mentre alla sera, per il taglio del nastro, è intervenuto il presidente della Regione del Veneto, Alberto Stefani, che ha sottolineato: «Messaggio importante per il nostro territorio ed è per me importante essere qui presente». Presente anche Valentina Pillon, sindaca di San Biagio di Callalta, Comune di cui Sant’Andrea di Barbarana è frazione, luogo natale di Pierre Cardin. A raccontare la nascita del museo e la continuità della Maison è Rodrigo Basilicati Cardin, nipote e successore di Pierre Cardin, oggi alla guida della Maison e responsabile della conservazione e dello sviluppo della sua eredità creativa. Lei è stato designato quale successore di Pierre Cardin. Qual è oggi il suo ruolo nella Maison e quali responsabilità comporta portare avanti l’eredità di suo zio? «In Francia mi chiamano “président successeur”. Ho preso esattamente il suo posto. È una cosa che aveva voluto lui, anche nel momento in cui non avrebbe più potuto lavorare, e questo è successo un paio di mesi prima della sua morte. Le responsabilità sono tante: tutte. Sono l’amministratore unico e preferisco così. Naturalmente delegare è normale, perché a volte è necessario, ma voglio seguire personalmente la Maison. Siamo un’azienda di meno di cento persone, a cui si aggiungono numerose licenze in tutto il mondo. Bisogna seguirle, incontrare i licenziatari e mantenere un rapporto diretto con loro. Faccio quattro o cinque viaggi all’anno, organizzati in cicli nell’arco di un anno o un anno e mezzo, per incontrarli. Abbiamo un atelier dove lavorano una trentina di persone. L’amministrazione è importante, soprattutto per la gestione delle licenze. In generale, la struttura continua ad andare avanti come prima, anzi, direi anche meglio». Dal 3 settembre Palazzo Ca’ Bragadin, che fu una casa molto amata da Pierre Cardin, è diventato un museo. Che significato aveva questo luogo per suo zio? «Questo luogo era molto caro a mio zio. Quando veniva qui si sentiva veramente rilassato. Veniva a trovare me, parlavamo ed era per lui un momento di riflessione. Qui prendeva anche decisioni importanti. Aveva bisogno di calma e qui la trovava». La decisione di affidarle la continuità della Maison era già stata presa da tempo? Che cosa aveva visto in lei? «Sì. Già nel 2003 parlava di me sui giornali. Non parlava di nessun altro, quindi evidentemente aveva già questa idea. La decisione venne consolidata nel 2017, quando diede incarico a un fiscalista di effettuare una trasformazione societaria che richiese circa un anno. La nuova struttura non prevedeva più diversi soci, ma una sola persona, e lui lasciò a me questo ruolo. Aveva uno scopo ben preciso: nel caso fosse arrivato quello che poi è arrivato, io avrei potuto gestire tutto. Gli piaceva il mio modo di disegnare. Il mio modo di creare». Pierre Cardin ha rivoluzionato il rapporto tra abito, corpo, geometria e spazio. Qual è la sua idea di moda e come avete voluto tradurla nel museo? «Per Pierre l’abito era una scultura. Non dipendeva dal corpo che c’era dentro. I corpi sono sempre diversi e cambiano con il tempo. Lui preferiva creare strutture attraverso le quali l’abito rimanesse quello che aveva immaginato. È un messaggio importante: l’abito non deve semplicemente mettere in evidenza il corpo, ma il carattere e la personalità di chi lo indossa. Sei tu che hai scelto quell’abito perché lo hai guardato da fuori e lo hai immaginato esattamente come lo volevi. Quando lo indossi, lo ritrovi praticamente come lo avevi visto». Quanti modelli sono stati scelti per questa prima esposizione e secondo quale criterio? «A Venezia ne ho scelti 140. Una parte proviene dal museo che mio zio aveva realizzato a Parigi vent’anni fa. La sua collaboratrice, Renée Taponier, che ha lavorato con lui per oltre sessant’anni, è per me il miglior archivio. Ricorda tutto: sa dirmi, per esempio, se un abito era abbinato a un determinato cappello. Mi aiuta a conoscere il passato, perché mio zio non documentava quasi nulla. Non gli interessava quello che aveva già fatto: passava oltre. Ma per raccontare una storia bisogna avere qualcosa. Il museo è il primo strumento per farlo. Ho scelto soprattutto abiti molto scultorei e li ho mescolati per epoca. Non ho seguito una cronologia, perché non la trovavo ideale. Per Pierre il tempo non esisteva: non è mai veramente cambiato, è sempre stato coerente con se stesso. Gli abiti degli anni Settanta e Ottanta potrebbero essere indossati oggi. Sono senza tempo». Pierre Cardin ha creato migliaia di modelli nel corso della sua carriera. Quale patrimonio avete oggi a disposizione? «Ha creato più di 30.000 modelli. Era famoso perché disegnava dalla mattina alla sera, anche grazie al sistema delle licenze. Aveva affidato ad altri la costruzione, l’industrializzazione e la distribuzione di grandi quantità, mentre lui si dedicava alla creazione pura. Per le sue sfilate poteva permettersi di presentare non cinquanta o sessanta abiti, ma cento, centocinquanta, persino duecento. Parlava di circa cinquecento abiti all’anno. Ha conservato moltissimi primi pezzi e pezzi da collezione. Era quasi geloso delle sue creazioni. -taglio2- Non voleva che un abito che aveva avuto un determinato valore venisse poi svalutato. Non amava i saldi: se un abito diventava obsoleto, preferiva ritirarlo dalla vetrina. Mi sono ritrovato con circa 30.000 abiti: 12-13.000 realizzati nell’atelier, gli altri prodotti dai licenziatari. Quando chiudeva una collaborazione con un licenziatario, recuperava anche parte degli stock». Quindi il museo non vuole essere soltanto una fotografia del passato? «Esatto. Voglio dare un’evoluzione al museo, perché non rimanga statico. Ogni anno vorrei cambiare l’esposizione, scegliendo un tema e una nuova chiave di lettura. Non semplicemente spostare gli abiti, ma cambiarli e costruire ogni volta un racconto diverso. Per esempio, potrei dedicare una sala interamente allo Space Age e concentrare lì tutte le creazioni legate a quel tema». Pierre Cardin ha sempre superato i confini tra moda, design, arte e architettura. Palazzo Ca’ Bragadin vuole restituire proprio questa visione multidisciplinare? «Sì, restituisce la sua visione multidisciplinare. Sono esposti mobili, accessori, bijoux. Mi piacerebbe dedicare, in futuro, un intero anno al design, concentrando una sala su questo aspetto e raccontandone la storia. Pierre non era soltanto moda. Tutto il suo universo creativo faceva parte della stessa visione». Pierre Cardin guardava sempre al futuro. Come interpreta oggi il rapporto tra passato, presente e futuro nella sua eredità? «Il presente è fondamentale. Dobbiamo continuamente dare un segno del presente. Se ci guardiamo indietro e continuiamo semplicemente a ricopiare ciò che è già stato fatto, rimaniamo fermi. Bisogna dare un segno del presente per poter andare avanti. Pierre si ispirava sempre al futuro. Non si chiedeva come vivere meglio oggi, ma come avremmo vissuto fra vent’anni». Portare avanti l’eredità di Pierre Cardin significa quindi continuare a essere visionari. Come affronta questa responsabilità? «Cerco di essere anch’io visionario, nel senso positivo del termine. Ho la fortuna di essere ingegnere di formazione e ho potuto trasformare in realtà anche il suo sogno di disegnare per lo spazio. L’anno scorso ho vinto una gara con l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e sto lavorando allo sviluppo di speciali tute da addestramento e simulazione per preparare gli astronauti alle future missioni sulla superficie della Luna. La tuta sarà firmata Pierre Cardin e destinata alla struttura LUNA, in vista dell’apertura operativa del simulatore a Colonia. Mio zio si sarebbe divertito molto. Tre mesi prima della sua morte gli raccontavo questo mio progetto. Da mesi era a letto, con gli occhi chiusi, e non rispondeva più. Quel giorno mi fermò con la mano e mi disse le sue ultime parole: “Très beau projet Rodrigo” (“Un bel progetto Rodrigo”). Per me è stato un messaggio e una grande soddisfazione. Evidentemente ci teneva. Sono convinto che sarebbe contento di vedere tutto questo realizzato, compreso il suo museo a Venezia». Quali sono ora i suoi progetti per il futuro della Maison Pierre Cardin e del patrimonio creativo che ha ereditato? «Ci sono tante idee da sviluppare e vorrei far lavorare molti giovani. Una parte degli stock recuperati dai licenziatari vorrei rielaborarla sotto un nome particolare, che chiamerò “Studio PC”. Mio zio non ha avuto il tempo di farlo e quindi lo farò io. Sto inoltre sviluppando un’accademia a Houdan, a circa 60 chilometri da Parigi. Sarà un’accademia pratica, con atelier dedicati alla moda e al lavoro del legno. Abbiamo circa un centinaio di mobili di mio zio che devono essere restaurati. Sarà un modo concreto per trasmettere competenze e creatività alle nuove generazioni. Per quanto riguarda i musei, penso di aprire un secondo spazio nel 2027 al Palais Bulles, a Théoule-sur-Mer, e vorrei renderlo permanente. A Venezia continuerò a rinnovare l’esposizione ogni anno, scegliendo una data significativa, a partire dal 3 settembre, che considero importante per la storia del marchio e per quella di mio zio. Anche al Palais Bulles vorrei individuare ogni anno una data chiave e costruire attorno a essa un nuovo percorso. Nello showroom di Venezia inserirò tutti libri dedicati alla vita, allo stile e alla carriera visionaria di mio zio. Ma voglio affiancare a questo patrimonio anche le nuove creazioni, quelle della nuova era. Mi interessa molto anche il rapporto con lo spazio. Vorrei creare un dipartimento dedicato alla ricerca perché alcune soluzioni nate per lo spazio possono avere applicazioni interessanti anche nella moda. La Maison deve continuare a creare, non soltanto a ricordare». Quali saranno le prossime tappe? «Dopo Venezia ho la sfilata del 6 ottobre a Parigi, che è già pronta e in fase di realizzazione. Il tema è lo sport: sport attivo, sportswear e anche sport elegante. Il giorno dopo parto per New York, dove il 14 ottobre aprirò un nuovo showroom al 456 West Broadway, a SoHo. Sarà uno spazio dedicato alle creazioni più recenti e anche un luogo d’incontro con i licenziatari. Il 15 ottobre partirò direttamente per Johannesburg, dove la Maison organizza una sfilata per la chiusura della Fashion Week, dedicata ai miei licenziatari, che la Maison non vede da più di 40 anni. Per questo sono tutti in festa e non vedono l’ora. Ci sarà anche un concorso dedicato ai giovani studenti: abbiamo già una preselezione di circa cento ragazzi provenienti dalle scuole di design e individueremo il vincitore, che verrà poi a Parigi per tre mesi. È un periodo molto intenso, ma è anche il modo migliore per continuare a far vivere ciò che Pierre mi ha trasmesso: non fermarsi mai».





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