In un’epoca che teme ogni forma di fine, l’archetipo del girasole serve a ricordare che ogni tramonto contiene già il seme d’oro di un nuovo mattino
Ci sono mattine in cui la cronaca del mondo, con il frastuono e la fretta, impone una sosta, non certo una fuga, per mettersi alla ricerca di un baricentro. La scoperta di quel baricentro è arrivata dal profilo reclinato di un girasole giunto al termine del suo viaggio estivo. A metà settembre, i campi, una volta vibranti di un oro sfacciato, mostrano i segni di una stanchezza solenne: le corolle diventano nere e petali appassiscono, piegandosi pesanti verso la terra. -taglio- A uno sguardo superficiale, questa sembra una fine. Gli occhi del pensiero, invece, vedono in essa l’inizio dell’assoluto. Il destino della pianta custodisce un paradosso di indicibile bellezza. Questo gigante vegetale passerà il suo tempo a corteggiare la luce. Poi, la stessa stella che ne ha decretato la fioritura ne scriverà la condanna a morte, bruciando ciò che ha nutrito. Eppure è stata proprio lei a dare origine alla metamorfosi e a rendere la corolla morente grembo di semi fertili. Quando si dissolve nel terreno, il fiore affida al buio il nucleo del suo eterno ritorno: una resurrezione muta, avida solo di tempo e di stagioni. Il seme interrato è la promessa di ciò che tornerà a essere. La saggezza sta nel capire che vita e morte sono i due volti di una stessa medaglia. Il girasole non teme il declino; si arrende con dignità, consapevole che il suo cedere il passo è l’unico modo per consentire al futuro di sbocciare. In un’epoca che teme ogni forma di fine, -taglio2- l’archetipo del girasole serve a ricordare che ogni tramonto contiene già il seme d’oro di un nuovo mattino. A rifletterci meglio, quel campo non più dorato non evoca più una tristezza disperata, bensì una forma di malinconia consapevole. C’è, infatti, una dolce tenerezza nel capire che ogni inverno promette un ritorno. Eppure, in questa ciclicità, abita anche un sottile disincanto. La natura non si cura dei singoli individui viventi. Per far nascere un nuovo fiore, quello vecchio deve accettare di scomparire, di farsi polvere e nutrimento. La rinascita non è un premio, ma una legge immutabile del tutto. Si resta, dunque, così, sospesi tra lo stupore per un miracolo che si ripete e la lucida certezza della caducità di tutti gli esseri viventi. Il senso profondo dell’esistenza lo “raccontano” i girasoli. Da loro, perciò, bisognerà imparare l’arte di amare la luce e di sapersi congedare, lasciando cadere nel buio la nostra parte migliore. Con la speranza che qualcuno, un giorno, tornerà a guardare il sole anche per noi.