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Simbiosi mediatica

di Adriano Fiore

Numero 249 - Aprile 2024

È davvero raccapricciante nel 2024 vedere giornalisti, artisti, filosofi, giuristi, che in programmi di intrattenimento come in talk show vengono zittiti o ammutoliti da chi grida più forte, da chi cambia argomento rispetto a domande o posizioni scomode su cui esprimersi


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Che l’Italia fosse un Paese intriso di contraddizioni, ipocrisia, falso perbenismo e dove i benpensanti sembrano essere sempre al potere (sia quando si avvicendano sia quando semplicemente cambiano le proprie idee in corsa), è un assioma di cui, ad un certo punto, ce ne si fa una ragione. -taglio- Le evoluzioni, tuttavia, della modernità che hanno finito per dare costante spazio pubblico ai difensori del “politicamente corretto” (se collima col loro pensiero) erano francamente poco pronosticabili e sempre più costituiscono un pericolo di cui è bene parlare e scrivere. Ma andiamo nel dettaglio: oggi nel nostro paese c’è una Casta (si rievochiamo Gian Antonio Stella che qualcuno forse se l’è dimenticato troppo presto), che urla, non lascia parlare, zittisce i giornalisti nei confronti diretti, è evasiva, occupa poltrone, fa andare avanti solo i propri amici che zitti e muti fanno solo ciò che gli viene detto/ordinato, e che impone il proprio pensiero (unico?) su tutti gli argomenti del nostro quotidiano, dagli scioperi a Sanremo, passando per Gaza, Putin, la Salis e il Ponte sullo Stretto. Non si tratta di maggioranza e opposizione, qui parliamo di pluralità, di diversity, come la chiamano gli americani, o se volete di fare almeno finta che non sia proprio così come appare. Un po’ come la posizione della comunità internazionale sulla questione Navalny, la richiesta almeno di una “spiegazione credibile e plausibile”, che non significa necessariamente vera (sic!). È davvero raccapricciante nel 2024 vedere giornalisti, artisti, filosofi, giuristi, che in programmi di intrattenimento come in talk show vengono zittiti o ammutoliti da chi grida più forte, da chi cambia argomento rispetto a domande o posizioni scomode su cui esprimersi, e che se proprio viene messo alle strette non trova di meglio da usare che la vecchia ma sempre buona retorica del “quando c’eravate voi cosa avete fatto?”,-taglio2- o magari di colpire l’interlocutore sul personale ricordandogli dei propri scheletri nell’armadio (veri o presunti) che quindi non gli permettono di esprimere giudizi o di essere troppo pressante pena l’approfondimento dello sputtanamento mediatico. Molti potrebbero dire che, rispetto agli ultimi decenni, poco e niente è cambiato e che dinamiche simili ci sono sempre state, e probabilmente avrebbe assolutamente ragione. L’indignazione attuale, tuttavia, è insita nell’avere simili atteggiamenti e posizioni sotto la luce piena dei riflettori e (quasi sempre) con fierezza a favore di telecamera, sapendo che al popolo, quello che poi sceglie davvero chi votare (in politica come al Festival), piace più chi è “come loro” rispetto a chi prova ad indicare la giusta maniera di come si dovrebbe essere e vivere. L’entrare in simbiosi con gli influencer “organici” che pullulano in ciascun ambito, è forse la più grave ed apparentemente incurabile malattia dei nostri tempi. Essere persone migliori è difficile, quindi mi piace chi dice che faccio bene a dimenticare il passato, altrimenti dovrei studiarlo, mi piace chi non si sbilancia in posizioni troppo nette, altrimenti dovrei approfondire le cose ed impegnarmi, mi piace sentire che l’economia è in crescita, che il Paese sta bene e che c’è più lavoro per tutti, così anche se la mia condizione resta precaria e deprecabile quantomeno conservo una (inspiegabile) speranza per il futuro. Come accaduto per la tv, anche la dialettica sociale e politica sta sempre di più andando verso quello che vuole l’audience. E questo, come per la televisione, non rappresenta che l’inizio di una inesorabile fine.





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