È tutta invidia

Controcorrente

di Adriano Fiore


Probabilmente avrete letto in queste settimane della Haus Bartleby di Berlino, luogo creato quale “tribunale del capitalismo” e finalizzato a condannare le sue dinamiche che minano l’amore e la libertà, obbligandoci alla “carriera a tutti i costi”.


“La vita non è fatta solo per lavorare” dicono i suoi ideatori Faßmann e Lenz, sebbene il loro non sia un elogio dell’ozio ma un voler dedicare il proprio tempo a (cito testualmente) “riflettere sulle disfunzioni del nostro modello sociale”. Ora, secondo voi, due berlinesi, giornalista la prima e autore teatrale il secondo, entrambi poco sopra i trent’anni, dove potevano trovare l’idea di questo “Manifesto Anti-lavoro”? In Italia, ovviamente, e nello specifico al Sud, in Sicilia, dove chissà per quale motivo gli è venuto in mente che, forse, lavorare nella vita non è tutto, e si sono convinti a tal punto da provare a loro volta a convincere il mondo intero. Questa notizia, a mio avviso, fa il pari con la proposta avanzata un paio di mesi fa in Svezia (anche se purtroppo già tramontata) di portare la giornata lavorativa a 6 ore, così che le persone potessero avere più tempo libero per distrarsi e (magari) divertirsi. L’esperimento, almeno per il momento, è stato accantonato poiché economicamente poco sostenibile (per colmare il lavoro non svolto erano infatti necessarie nuove assunzioni), ma non è detto che nel prossimo futuro trovino una soluzione e la giornata lavorativa ridotta diventi realtà. Il problema, tuttavia, è un altro, e trovo in verità molto divertente il fatto che i nostri cugini centro e nordeuropei non riescano a venirne a capo. La storia potremmo anche raccontarla così: quando questi vengono in Italia (soprattutto al Sud), vedono tanti disoccupati e gente in giro che sembra non faccia nulla dalla mattina alla sera, i quali tuttavia il piatto in tavola riescono comunque a metterlo e, pur senza sfarzi e ostentazioni, hanno l’aria di essere quasi sempre felici e di buon umore. Dinanzi ad uno spettacolo del genere, loro sono tristemente perdenti, e le iniziative di cui sopra nascono proprio da questa consapevolezza. Il modo di ragionare della loro cultura, infatti, è pressoché il seguente: se lavori e fai il tuo dovere nel migliore dei modi e senza deroghe, vieni retribuito bene e puoi così impiegare tale denaro per svagarti ed essere felice. L’assioma, tuttavia, spesso non funziona, ed alla fine della filiera regnano comunque la tristezza e la depressione. “Com’è possibile?” si chiedono quindi i vari governanti nonché i manager delle Risorse Umane chiamati a spiegare il fenomeno. E lì la soluzione nordica: “Semplice, lavorano troppo, riduciamo il tempo di lavoro”. Ma i risultati sono quasi nulli. Provano quindi a dare più soldi, ad aumentare i benefit, i servizi, il welfare ed a migliorare il luogo di lavoro, ma niente, sempre musi lunghi ed apatia. A questo punto subentrano i geni tedeschi: “Il segreto non è lavorare meno ma non lavorare proprio”, e da qui il progetto berlinese della lotta al capitalismo. Dove poi, però, per mangiare, i suoi protagonisti e promotori ammettono di fare lavori “saltuari” in modo da guadagnare qualcosa. E verrebbe da chiedergli se secondo loro anche gli altri “rivoluzionari” della storia come Robespierre o Che Guevara a volte facessero delle pause o si concedessero degli “strappi alle regole”... La verità è che sono invidiosi. Tutti e senza eccezioni. Noi italiani abbiamo un approccio al lavoro ed alla vita che probabilmente è un segreto anche per noi stessi. Se dovessimo spiegarlo avremmo difficoltà e lo stesso varrebbe nel provare ad insegnarlo a qualcuno. Italiano lo sei e basta, non lo puoi diventare, e ci sarà anche un motivo per cui il dolce far niente l’abbiamo inventato noi e non i cittadini di Göteborg. La nostra apertura mentale ci consente di essere felici e tristi in qualsiasi momento e contesto, senza che quest’ultimo debba per forza condizionare il nostro umore e senza il bisogno di persone che, scientificamente, provino a forzare sentimenti e sensazioni. Piuttosto che andare in Sicilia per scoprire la “condanna al capitalismo” Faßmann e Lenz avrebbero fatto meglio a capire il segreto di come convivere col capitalismo, che è figlio del come convivere col Fascismo e prima ancora con la monarchia o con gli invasori. Quello che da anni Germania & Co. descrivono come pigrizia, ignavia, indolenza e così via non hanno capito che, in realtà, è soltanto spirito di adattamento. Perché piuttosto che fare delle finte rivoluzioni, noi italiani abbiamo da sempre cercato di trovare soluzioni concertate, col minore danno possibile per tutti e senza pignolerie e rigidità. Questo è anche il nostro punto di forza, ed il motivo per cui continuiamo ad essere felici ed a credere nel futuro, a prescindere da orari, salari e posti di lavoro - che alla fine se i tedeschi vogliono lasciarci noi siamo a disposizione...


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