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Un uomo e il suo sorriso

di Gilda Notari

Numero 226 - Dicembre-Gennaio 2021-2022

Incontriamo Luca Manfredi, autore del libro dedicato al padre Nino, “Un friccico ner core”. Un omaggio ad un interprete senza tempo, coraggioso e appassionato


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“Un friccico ner core. I 100 volti di mio padre Nino”, è l’opera con cui Luca Manfredi ripercorre la vita dell’attore che con i suoi volti, i suoi personaggi ha raccontato la società italiana, il suo popolo. Una vita vista con gli occhi di un figlio, che sin da piccolo seguiva il suo papà sul set, oppure ascoltava le riunioni per la scelta dei copioni e delle storie da raccontare e che da grande ha scelto la regia cinematografica. -taglio- Edita da RAI Libri e presentata in anteprima all’ultimo Salone del Libro di Torino, l’opera vuole celebrare il centenario della nascita di Nino Manfredi, unitamente ad un docu-film RAI, “Uno, nessuno, Cento Nino”, di cui Luca Manfredi è sceneggiatore e regista. Un attore, Nino Manfredi, che ha segnato un’epoca, descrivendone il tessuto storico sociale della nostra Italia. Perché il titolo “Un friccico ner core”? “È un frammento del brano “Tanto pe’ cantà” scritto da Ettore Petrolini nel 1932 che mio padre Nino portò a Sanremo nel 1970 come ospite “cantante” riscuotendo un grandissimo successo. Il motivo che mi ha spinto ad utilizzare l’espressione “Un friccico ner core” per intitolare il libro che ho dedicato alla vita artistica e privata di mio papà, è che in esso stesso racconto, un po’ come fece Petrolini, i diversi stati d’animo che ho provato nel mio rapporto con mio padre fin da ragazzo, spaziando dal grande affetto, all’emozione, alla forte ammirazione per il suo talento, ma anche alla grande sofferenza per la sua assenza perpetua nella vita familiare , perché lui non c’era praticamente mai.” Una sorta di diario, dunque…
“Certo, un diario del mio legame molto conflittuale con papà, ma anche un ritratto affettuoso della sua articolata personalità di uomo e di artista. Questo progetto è stato per me lo strumento ideale per chiudere un cerchio che era rimasto aperto tra me e lui, per mettere le cose a posto dentro di me, come se facessi una sorta di auto analisi.” Ci spieghi meglio…
“Ho sentito la necessità di raccontare Nino, dipingendolo per come l’ho vissuto io, senza fare sconti, sia da figlio che ha cercato un padre amico, complice, ma che non sempre ha trovato, ma anche come regista che ha lavorato spesso con lui, stimandolo moltissimo come attore. Ricordo che quand’ero bambino, per poterlo frequentare di più, spesso costringevo mia madre ad accompagnarmi sul set dove lui lavorava, rimanendo particolarmente affascinato non solo dalla sua arte mimica e recitativa, ma anche da quel mondo magico, dove nascevano le storie trasmesse sugli schermi.” -taglio2- Quale il segreto del successo di Nino Manfredi? “A parte un talento naturale, che lui ha evidenziato sin da piccolo, in un teatrino di una parrocchia, mio papà ha avuto un maestro eccellente, tale Orazio Costa, che lo ha fatto lavorare sul corpo prima della parola.” Un difetto Nino Manfredi? “Papà non sapeva chiedere scusa, e non riconosceva mai i suoi errori, bravo a comunicare con platee di pubblico, ma incapace ad avere un rapporto a due.” Nell’apertura del suo libro, lei dice che sua madre era il vero pilastro della famiglia… “Mia madre Erminia è sempre stata una donna molto intelligente che con amore e tanta pazienza ha saputo gestire un marito complesso, fungendo da padre e da madre a me e alle mie due sorelle.” Un aneddoto di un Nino Manfredi che da padre, diventa quasi figlio? “Sì, abitavo ancora nella palazzina dell’Aventino. Un giorno papà mi venne a bussare alla porta in vestaglia, pantofole e l’immancabile sigaretta in bocca, sapendo che stavo scrivendo un soggetto per una mini serie per la tv con Lino Banfi protagonista, mi chiese, facendomi tanta tenerezza, di interpretare un piccolo ruolo, quasi una comparsata, quella del frate confessore che ovviamente caratterizzo’ a modo suo, facendolo divenire cieco. Leggiamo nel libro una narrazione di Nino, ma Luca Manfredi com’è? “Un uomo complesso; da mio padre ho assimilato la serietà professionale, il rigore e la disciplina, la meticolosità. Dino Risi definiva Nino “l’Orologiaio” per la precisione con il quale costruiva i suoi ruoli ed anche io mi preparo molto prima di affrontare ogni set. Da mia madre ho ereditato la grande passione per lo sport; mamma è stata tra le prime ragazze a praticare il windsurf.” Possiamo dire che lei è stato ed è un figlio “privilegiato”? “Credo di sì, ho avuto la possibilità di lavorare insieme a mio padre, ed ora sono un figlio che non subisce la morte del proprio genitore, perché Nino da “immortale” qual è, è sempre accanto a me e lo rivivo ogni volta che scrivo una sceneggiatura e dirigo un film, o quando lo rivedo in un suo film e questo credo sia un grande privilegio.”





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