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Un nuovo umanesimo

di Adriano Fiore

Numero 266 - Dicembre-Gennaio 2026

Forse distratti dal contesto, dai problemi, dall’ansia, dal dovercela fare a tutti i costi e dalle difficoltà di una sopravvivenza felice e pacifica che sembra sempre più ardua, ci stiamo dimenticando di guardarci allo specchio e, soprattutto, di gettare uno sguardo interessato a chi ci circonda


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È questo un numero che chiude un anno lungo, fatto di guerre, di proteste, di incertezze e, fortunatamente, anche di tanti piccoli e grandi momenti di felicità, personali e collettivi, che ognuno ha assaporato a suo modo e tempo. -taglio- La personalizzazione dell’esperienza, che sia sociale o da consumatore/fruitore, è forse proprio l’elemento più descrittivo del anni che stiamo vivendo, dove si cerca sempre di andare incontro ai gusti del destinatario del proprio messaggio o della propria “offerta”, così che possa più facilmente essere accettata e apprezzata, ed al contempo ci si guarda bene dal muovere critiche sui gusti personali e sul modo di approcciarsi alla vita ed agli altri, in nome di quel calderone risibile chiamato “politicamente corretto”. Oggi vale tutto: vuoi essere un criminale e poi andare sui social ed ergerti a paladino della giustizia? Puoi farlo. Vuoi essere ignorante e trash ma al tempo stesso andare in tv sperando di essere un esempio per gli altri? Ti aspettano a braccia aperte. Vuoi far finta di stare bene chiudendoti in te stesso in nome della privacy e contribuendo ad un personale lento logoramento? Nessuno te lo vieta né ti critica, anzi, troverai comprensione ed anche una precisa classificazione (vedasi gli hikikomori). Forse distratti dal contesto, dai problemi, dall’ansia, dal dovercela fare a tutti i costi e dalle difficoltà di una sopravvivenza felice e pacifica che sembra sempre più ardua, ci stiamo dimenticando di guardarci allo specchio e, soprattutto, di gettare uno sguardo interessato a chi ci circonda. Ed in particolare ai nostri giovani, a coloro i quali rappresenteranno il nostro futuro, alla classe dirigente del domani, a chi “ci pagherà le pensioni” o anche solamente a chi troveremo dietro lo sportello nell’ufficio comunale a farci la carta d’identità. Molti ricerche statistiche dimostrano che i ragazzi di oggi, rispetto non solo ai loro genitori ma anche ai loro fratelli di una decina d’anni in più, escono di meno, vanno a ballare di meno, fanno meno tardi, bevono di meno… hanno diciamo una vita molto più morigerata dei loro predecessori generazionali, che di per sé potrebbe essere anche una notizia positiva, figlia di una maggiore consapevolezza e maturità, magari data dall’iperinformazione dei nostri tempi. Il problema invece è proprio insito nella matrice di questi comportamenti, che gli adulti tendono a leggere come un’accresciuta coscienziosità, mentre più banalmente è quasi sempre frutto di altre cause scatenanti, tutte ahinoi tremendamente negative. La noia, la pigrizia, la mancanza di entusiasmo per qualsiasi cosa, l’ansia, la paura di sbagliare, la presunzione di conoscere qualcosa e le emozioni che può generare semplicemente perché l’ho già visto fare sul telefonino: questi e tanti altri disturbi sono alla base dei nostri “bravi ragazzi che invece di uscire, bere e tirar mattina, stanno buoni buoni in cameretta”. Li stiamo crescendo e coccolando come se fossero dei fragili esemplari in via d’estinzione, fatto salvo che poi (e molto più prima che poi), -taglio2-dovranno vedersela col mondo vero, che gli farà ancora più paura. “Si, ma ci sono anche tanti ragazzi che escono normalmente, che protestano quando qualcosa non gli va bene, che stanno costruendo facendo i giusti passi il loro futuro…”, certo, ovviamente ci sono e ci mancherebbe altro, ma anche in quel caso bisogna andarci piano con le esultanze e dovremmo sempre guardare pure loro da vicino con la lente d’ingrandimento, come facevano i nostri nonni coi nostri genitori e (non sempre e non benissimo) i nostri genitori con noi. Tra questi giovani “positivi e propositivi” si celano anche lì tante ansie ed incertezze, tante necessità di punti di riferimento, una percezione ancora non troppo chiara di dover acquisire gli strumenti giusti per guardale alla vita da un punto di vista realistico e pragmatico, ovviamente senza rinunciare alla fantasia, al sognare, all’amore ed a tutte le cose belle che, sembra banale, ma pure vanno insegnate. La poesia delle cose e di certi momenti, la lentezza come pregio, il fermarsi come segno di saggezza e maturità e non di debolezza, la lealtà al posto della scaltrezza, il provare a volere davvero il bene degli altri che ci stanno intorno, senza dare sempre priorità al nostro tornaconto, il saper amare ed essere amati, il saper provare sentimenti a prescindere da quanto e se siano ricambiati, l’apprezzare le piccole cose e quelle nuove, anche se richiedono impegno, sacrificio, concentrazione e se possono comportare un’eventuale sconfitta. Questo è ciò che dovremmo trasmettere a tutti i nostri ragazzi, siano essi di indole introversa o già pervasi da quella “fomo” che prima non era altro che voglia di scoperta. Usciamo dalla logica di “dargli ciò che vogliono”, cominciamo a dargli ciò di cui hanno bisogno. Anche se è impegnativo, anche se può essere pericoloso, anche se può fargli male, alla fine ne usciranno più forti, consapevoli, e pronti ad affrontare il mondo e le sue inevitabili difficoltà e contraddizioni. Sarebbe bello iniziare così tutti il nuovo anno, contribuendo ciascuno a suo modo ad un nuovo umanesimo, che parta da chi abbiamo più vicino e più a cuore, per arrivare in capo al mondo ed oltre. Auguri!





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