L'under 40 permaloso e pieno di sé cosa fa quindi? Nega infastidito, sminuisce e si giustifica, fino ad arrabbiarsi ed aggredire
So di entrare in un terreno minato, ma l'essenza di questo spazio è l'andare "controcorrente", per cui lo dirò così come mi viene: tanti under 40 hanno una soglia di umiltà molto bassa sul luogo di lavoro, inversamente proporzionale all'attenzione sui temi etici e politicamente corretti. Per fugare ogni dubbio, -taglio- questa opinione vuole andare ben al di là dei discorsi tipo "i bei tempi andati", "i giovani di una volta", "una generazione da buttare" etc., che ostentano solo un inutile populismo che, specchiandosi, si consola. Il mio pensiero è più figlio di uno sguardo empirico, di tante, troppe esperienze vissute o ascoltate, che girano tutte attorno ad un unico comun denominatore: la permalosità intollerante. Io svolgo il mio lavoro al massimo delle mie potenzialità e possibilità (magari potrei fare di più ma di base mi convinco che vada bene così) e pertanto sono a posto con la mia coscienza e giro a testa alta con la fierezza di chi è senza macchia. Il problema, tuttavia, subentra quando invece le macchie (che ci sono) vengono fatte notare, da un capo, un collega, o anche uno che non c'entra niente ma che se ne accorge e, anche candidamente, sente il bisogno di farlo notare. Come al bar, quando il vicino di caffè ti avvisa che hai un po' di schiuma di latte sulla punta del naso, una roba del genere... L'under 40 permaloso e pieno di sé cosa fa quindi? Nega infastidito, sminuisce e si giustifica, fino ad arrabbiarsi ed aggredire. "Ah, sarei io quello che sbaglia? Qua dentro non funziona niente!" e giù mille altre esempi a perorare la causa e cambiare il focus. "Io sto facendo il massimo e anche più di quello che dovrei, il problema siete voi che nemmeno ve ne accorgete" e si passa ai diritti dei lavoratori, gli orari, le ferie, gli straordinari, il panettone a Natale, manco gli auguri di compleanno, e "quella volta che mancavano gli evidenziatori e sono andato io a comprarli senza nemmeno chiedere i soldi indietro!". Quasi sempre l'epilogo di tale situazione vede l'interlocutore iniziale restare sorpreso da una reazione simile, esagerata quanto inaspettata, col risultato che non gli viene in mente altro che scusarsi, -taglio2- dare ragione, e sbrigativamente togliere il disturbo provando a mascherare un'espressione incredula quanto perplessa. Quelle scuse, infatti, nascondono tutta una serie di riflessioni che sprigionano dal fuggitivo, con nessuna che salvi neanche minimamente il "lavoratore intollerante". Vanno da un classico "ma chi me lo ha fatto fare", ad un più critico "ma guarda tu questo...", fino ai più definitivi "non si può lavorare con gente così". Ed il punto è proprio questo: l'assenza di umiltà, di autocritica, di riflessione, comprensione, capacità di guardare sé stessi dall'esterno e di mettersi in discussione sempre e su tutto, crea uno status dove l'interessato e solo un peso, per sé stesso, per i suoi colleghi e per la sua azienda. Solo decostruendo, confutando sempre tutto, pensando che ci sia da qualche parte chi fa meglio ed impuntandosi sui propri errori e mancanze, si può davvero fare quel salto di qualità cui, invero, tutti volenti o nolenti tendiamo. È una questione di umiltà, certo, ma anche di consapevolezza, di autocoscienza, di capacità di guardarsi allo specchio e valutare, cinicamente, se stessi e il proprio posto nel mondo. Ho voluto circoscrivere il fenomeno agli under 40, ma semplicemente perché sono quelli che meno potrebbero permettersi tali atteggiamenti e che, probabilmente più ne restano vittima. I più giovani possono sempre "nascondersi" dietro l'inesperienza così come quelli da 50 e passa sul know-how che (effettivamente) potrebbero avere. È quell'età di mezzo che proprio non dovrebbe cedere a quella irrefrenabile voglia di sentirsi migliore di tutto e tutti, incontestabile, inconfutabile. Anche perché poi talvolta tutto questo si scontra con l'evidenza, e lì qualsiasi retorica, anche se buona, non può che chinare il capo. O essere la prima a scappare.