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Tra novità e ricordi

di Maresa Galli

Numero 266 - Dicembre-Gennaio 2026

Successo per “Medea” di Mario Martone tra i tanti impegni del regista, come il sentito racconto di Lucio Amelio al Teatro Nuovo di Napoli


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L’approdo alla lirica di Mario Martone è datato 1999, con un brillante allestimento di “Così fan tutte” di Mozart al Teatro di San Carlo di Napoli. Da tanti anni il regista collabora con il Teatro alla Scala di Milano. -taglio- Premiati i suoi film-opera “Barbiere di Siviglia”, sul podio Daniele Gatti, e “La Traviata”. A dicembre 2025 Martone ha curato la regia dell’attesissima “Medea”, opera in tre atti di Luigi Cherubini, libretto di François-Benoît Hoffmann, nella versione italiana di Carlo Zangarini con i recitativi di Franz Lachner. “Medea” inaugura la Stagione d’Opera 2025/26. Direttore Riccardo Frizza; firma le scene Carmine Guarino, i costumi Daniela Ciancio, la coreografia Daniela Schiavone, le luci Pasquale Mari, i video Alessandro Papa. “Per lo spettacolo ci siamo ispirati al film “Melancholia” e abbiamo reso omaggio al suo regista, Lars Von Trier”, spiega Martone. Strepitoso il cast vocale: Sondra Radvanovsky, che ha più volte interpretato con successo l’opera, è Medea; Giasone è interpretato da Francesco Demuro / Giorgio Berrugi; Creonte da Giorgi Manoshvili; Glauce da Désirée Giove; un Capo della guardia del re da Giacomo Mercaldo; Néris da una strepitosa Anita Rachvelishvili; due ancelle di Glauce da Maria Knihnytska e Anastasiia Sagaidak. Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo, ottimamente preparato da Fabrizio Cassi. “Medea” di Euripide, nella versione di Mario Martone, affronta il tema del dolore e la vendetta con grande forza drammaturgica e con splendide immagini. La protagonista è una donna contemporanea (“Corino siamo noi”, afferma Martone), e vive come sospesa tra passione e distruzione, vendetta e pietà, in un mondo in cui dominano la depressione, l’aridità sociale, la dissociazione, il senso della fine del mondo. Ha scolpito l’immagine di Medea nella storia del cinema Pasolini che diresse, nel 1970, “Medea”, con Maria Callas, Massimo Girotti (Creonte), Giuseppe Gentile (Giasone), Laurent Terzieff (il centauro Chirone). Una tessitura vocale difficile, con splendide arie e un intermezzo “wagneriano” nel terzo atto, tutto magistralmente eseguito dai grandi protagonisti dell’opera. L’orchestrazione, come sottolinea il direttore Frizza, è mozartiana, con il contrappunto che evoca tutta la drammaticità del testo. Tanti applausi per direttore, Orchestra, Coro e cantanti, per la regia e le scene. -taglio2- Martone ha inaugurato, al “Teatro Nuovo” di Napoli, il ciclo di incontri “Storie dell’Arte”, sull’arte contemporanea, ideato e curato da Eduardo Cicelyn, per indagare quale sia il ruolo dell’arte nella nostra epoca. “Ma l’amore no. Vita, morte e miracoli di Lucio Amelio” è il titolo dell’appuntamento inaugurale nel quale è stato presentato, dopo l’intervento di Cicelyn, il documentario di Martone, “Lucio Amelio/ Terrae Motus”, dal titolo della famosa mostra-collezione nata dopo il terremoto dell’ ‘80, dedicato nel 1993 al celebre gallerista, intellettuale e visionario che ha segnato un’epoca. Figura emblematica dell’arte contemporanea a Napoli, dalla quale non andò mai via pur viaggiando tanto, Amelio “fu un tribuno dell’arte, una figura di intellettuale moderno che legò tutta la sua vita al temerario progetto d’imporre un punto di vista completamente nuovo a una città per tanti aspetti vecchia e immobile”. “Lucio portava il mondo a Napoli – afferma Martone che ricorda la “Modern Art Agency”, al Parco Margherita di Napoli, negli anni ’60, diventata poi la Galleria Lucio Amelio che ci ha fatto conoscere meglio Beuys, Warhol e giovani napoletani di talento. Con lui Napoli ha preso parte al mondo dell’arte contemporanea, dalla pop art americana all’arte povera”. La Napoli-mondo di Amelio era una città cosmopolita che parlava uno slang metropolitano, con teatri d’avanguardia, “Spazio Libero”, “Falso Movimento”, un nuovo cinema, nuova musica e artisti campani avviati al successo internazionale, come Ernesto Tatafiore, Nino Longobardi, Mimmo Paladino, Nicola De Maria e Francesco Clemente. Un po’ misogino, aristocratico, sulfureo, vitale, Amelio, per Martone, era straordinario. “Senza di lui la mia vita sarebbe diversa”, spiega il regista che lo volle nel ruolo del marchese nel suo film “Morte di un matematico napoletano”. Tra i ricordi più cari del regista la visita, a 17 anni, con Amelio e Tony Servillo, all’Antro della Sibilla, secondo il desiderio di Joseph Beuys. Tanti gli episodi, tra memoria individuale e collettiva, che raccontano l’uomo e il gallerista che ha segnato una generazione e innescato un profondo rinnovamento culturale portando a Napoli artisti come Warhol e proiettando la città nel mondo.





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