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SIMONE CRISTICCHI

di Laura Fiore

Numero 197 - Marzo 2019

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Il cantautore romano, reduce dal successo sanremese ci parla dei suoi prossimi progetti


Simone Cristicchi, è uno dei cantautori più amati del panorama musicale italiano, che abbiamo visto conquistare ancora una volta il pubblico e la critica sul palco del Festival di Sanremo 2019, con il brano “Abbi cura di me”. Fin dalle prime battute di questa intervista, appare chiaro che Cristicchi ha in sé due anime: una irriverente e ironica, e un’altra intima e poetica. Proprio queste caratteristiche gli hanno permesso durante la sua carriera di sperimentare non solo in fatto di musica, infatti, ha avviato anche un percorso nel mondo del teatro e lui stesso ci racconterà quanto gli piace questa dimensione più “calda”, rispetto ai grandi palchi che è abituato a calcare per i suoi concerti.

Sono passati sei anni dal tuo ultimo lavoro discografico e ora sei tornato con una raccolta di tutti i più grandi successi . Cosa hai fatto in questo tempo?

“Dal 2010 lavoro molto in teatro; ho avviato questa carriera, questo percorso parallelo a quello della musica, che ha preso sempre più forma negli ultimi anni. Anche il pubblico teatrale è andato in crescendo e si è fidelizzato, tanto che ho preferito ‘rinchiudermi’ nei teatri piuttosto che fare concerti. Ovviamente la musica è sempre presente nei miei spettacoli, continuo a scrivere canzoni però non più per i dischi ma per i miei lavori teatrali.” -taglio- Parlando, appunto, di teatro dopo il Festival hai ripreso anche il tour teatrale che ti vede protagonista, di cosa si tratta?

“Sì, lo spettacolo si chiama ‘Manuale di volo per uomo’, ed è questo il testo teatrale da cui è nata anche la canzone ‘Abbi cura di me’. Un brano che definisco un sunto, un distillato dei temi che tratto in questo lavoro di prosa, dove io interpreto un quarantenne rimasto bambino: Raffaello, personaggio di fantasia che però ha molto di autobiografico.”

Essendo quindi un personaggio autobiografico, cosa ti manca della tua infanzia?

“Giocare per la strada, anche se in generale mi manca quella sensazione di libertà di quando si inventavano giochi per strada con gli amici. Inoltre, da bambino disegnavo molto, avevo questo grande talento per il disegno e lo facevo proprio in maniera quasi compulsiva.”

È vero che ti disegnavi da solo i fumetti?

“Sì, come ho detto prima, avevo questa grande passione ed è stato il mio primo modo per comunicare, il mio primo strumento è stato il disegno.”

Hai dichiarato in una recente intervista che l’arte di ha salvato ed è stata una sorta di terapia…

“Sì, mi ha salvato perché a dodici anni, un’età delicata, ho perso mio padre e questo grande dolore che ho provato mi faceva sentire diverso da tutti i miei coetanei. Poi, però, ho cercato di trasformare la sofferenza in qualcosa di positivo ed ecco quindi che attraverso il disegno inventavo un mondo perfetto dove vivere, pieno di personaggi con storie da me inventate per fuggire da una realtà che non mi piaceva. L’arte mi ha salvato perché avrei potuto chiudermi a riccio e diventare un ragazzo problematico.”

Nel brano “Abbi cura di me” dici “Il tempo ti cambia fuori, l'amore ti cambia dentro. Basta mettersi al fianco invece di stare al centro. L'amore è l'unica strada, è l'unico motore”. In che modo l’amore ha cambiato la tua vita?

“L’amore è una piantina delicata, fragile, che bisogna curare giorno per giorno e non parlo solo dell’amore coniugale ma dell’amore verso tutto e tutti. L’amore è il motore del mondo, e oggi abbiamo bisogno di parlare di questo grande tema, proprio come della felicità e del senso della nostra esistenza. L'amore è anche il non essere indifferenti: in questo mondo in cui stiamo vivendo, dove regna l’egoismo e un senso di indifferenza nei confronti di chi soffre, il messaggio che volevo trasmettere è ‘Amiamoci’.”

Nelle varie interpretazioni del brano live, sei sempre apparso molto emozionato alla fine della performance, com’è nata “Abbi cura di me”?

“Questa è una canzone nella quale mi metto a nudo e sono completamente privo di qualsiasi filtro, mentre nella altre canzoni raccontavo delle storie, in questa mi metto in gioco in prima persona con quello che è il mio pensiero e la mia filosofia di vita. In questo senso l’emozione nasce dal fatto di sentirsi privo di qualsiasi schermo o corazza. La canzone nasce da una serie di riflessioni sulla fragilità dell’essere umano, il quale ha bisogno di aiuto ed è meravigliosamente fragile e allo stesso tempo potente il momento in cui un uomo chiede aiuto ad un’altra persona. Volevo mettere al centro di questo brano la cosa che forse ci accomuna tutti: il sentirsi separati da qualcosa, incompleti.”

Hai realizzato un documentario per la regia di Andrea Cocchi, “Happy Next – alla ricerca della felicità”, in cui cerchi di rispondere alla domanda: che cosa è veramente la felicità? Com’è nata l’idea di questo lavoro?

“L’idea è nata dopo aver incontrato una suora di clausura in un convento di clarisse, aveva gli occhi luminosi ed una energia particolare che mi ha travolto, così dentro di me ho pensato ‘ho trovato una rarità, una persona veramente gioiosa e felice.’ Da lì ho cominciato a leggere libri su questo argomento ed ho pensato di fare una sorta di indagine giornalistica e poetica sulla felicità. Ho intervistato un centinaio di persone: religiosi, filosofi, scienziati, poeti, bambini, e alla fine è venuto fuori un mosaico di risposte molto belle, poetiche, geniali. Per me la felicità è tante cose, la rappresenterei come un elettrocardiogramma che ha dei picchi molto alti e poi ritorna alla normalità. Alla base della mia felicità c’è il riuscire a vivere della mia passione, o meglio, aver trasformato la mia passione per l’arte nel mio lavoro.”

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“Mi metto in gioco in prima persona con quello che è il mio pensiero e la mia filosofia di vita”

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