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Se mi lasci non vale

di Adriano Fiore

Numero 196 - Febbraio 2019

I matrimoni, quelli d’amore al pari di quelli politici, sono sempre un insieme di dinamiche di difficile comprensione dall’esterno, con momenti più e meno buoni, sporadiche litigate ma anche tanta pace e serenità


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I matrimoni, quelli d’amore al pari di quelli politici, sono sempre un insieme di dinamiche di difficile comprensione dall’esterno, con momenti più e meno buoni, sporadiche litigate ma anche tanta pace e serenità. Quando però queste ultime vengono meno, e soprattutto viene meno quel feeling alla base di tutto, quella comunanza di idee e modi di pensare, spesso e malvolentieri tutto si sgretola e le strade si separano. E ciò che oggi sta accadendo nella maggioranza tra Salvini e Di Maio sembra esattamente l’inevitabile finale di una grande (?) storia d’amore-odio. -taglio-Una storia, invero, iniziata già storta, fra chi si proclamava come alfiere del cambiamento e chi, pur giovane, rappresentava comunque un partito fra i più vecchi di quelli rimasti in vita dalla Seconda Repubblica, protagonista della tanto bistrattata politica del passato fatta di ruberie, nepotismi, furbetti ed altro malaffare vario. Il puro, quindi, ha deciso di sposarsi con il figlio dell’impuro, e da ciò non poteva che nascere una relazione malata, strana, costantemente contraddittoria e troppo spesso polemica. Una situazione che, alla lunga, diventa inevitabilmente insostenibile e va magari avanti solo “di facciata” per raggiungere obiettivi comuni e non perdere quanto si è costruito. Dopo i problemi sugli immigrati, sulla legge di bilancio, sull’accaparrarsi la scena a suon di dichiarazioni fumose e le defaillance relativamente a Sicurezza, Politica Estera e questioni private fatte divenire di dominio pubblico, il punto di non ritorno sembra essere stato già ampiamente superato, e adesso bisogna solo salvare il salvabile. Pentastellati e leghisti oggi hanno un solo pallino: stravincere le Europee, cancellando ogni opposizione e mettere le tende nel Parlamento Europeo con la vana speranza di poter quindi far sentire la propria voce. -taglio2-Se non fosse, però, che il coro inevitabilmente risulterebbe stonato date le melodie palesemente diverse, col risultato che ancor di meno i burocrati europei avranno voglia e pazienza di sentire. I Vicepremier – che già sembra il titolo di una possibile serie di Netflix – sono davanti ad una scelta cruciale per i loro rispettivi schieramenti: meglio andare fintamente uniti alle elezioni, vedere chi fra i due risulta più “simpatico” agli elettori (dato che a livello politico al di là che sui proclami non può esserci un giudizio), e provare ad avere una buona maggioranza in Europa tale da poter cantar vittoria in vista delle successive politiche, oppure rompere prima questo “falso idillio”, prendere delle posizioni nette e decise, e rimettersi alle valutazioni degli italiani, dandogli la possibilità di esprimersi almeno su dei contenuti nell’impossibilità di giudicare i fatti? È in tutto e per tutto un dubbio amletico: morire o dormire? Rischiare o accontentarsi? Alla fine, avendo imparato a conoscere i protagonisti, opteranno per chiudere solamente gli occhi, provando ad ingannare chi li osserva o, per dirla alla loro maniera, lasciando a tutti la libertà di scegliere cosa vedere. Il problema è che alla fine qualcuno gli occhi dovrà pur aprirli davvero, sperando non si scoprano ciechi dalla nascita.





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