una società che, in quegli anni, viveva di polarizzazioni ed etichette, quando si spulcia un po' tra quei filmati in bianco e nero in stile teche Rai, si possono ritrovare spezzoni interessanti e da moltissimi dimenticati, in cui si vedevano grandi del nostro panorama musicale (ma anche del cinema e dell'arte in generale), dialogare e dibattere con chi, a torto o a ragione, fungeva in quel momento da detrattore, o quantomeno ne metteva in discussione testi, pensieri, riferimenti e messaggi
Siamo reduci da un Sanremo come sempre vincente, che regala un boost al mercato discografico in grado di reggere senza problemi quantomeno fino alla bella stagione, dove poi basta piazzare un paio di hit per ballare senza pensieri in spiaggia, ed è un attimo che ripartono i talent, i tour invernali e si inizia a pensare ai grandi show di Natale e Capodanno. -taglio- Il calendario dell'industria musicale italiana va più o meno così, con nulla o quasi che riesce ad andare controcorrente, a stravolgerlo o quantomeno a dettarne tempistiche e priorità diverse, rispetto al riproporre la solita ricetta a prescindere da generi e vere (o presunte) capacità artistiche. La bravura infatti, di scrittura, musicale o interpretativa, non è che un elemento residuale e molto poco attenzionato da un sistema che, invece, punta alla sua salvaguardia con delle precise strategie da rispettare, orientando i gusti del pubblico e guardandosi bene dal proporre qualcosa di nuovo, di spiazzante e sicuramente di divisorio, capaci di creare un dibattito che invece nel nostro mondo musicale è pressoché inesistente. Complice probabilmente la politica ed una società che, in quegli anni, viveva di polarizzazioni ed etichette, quando si spulcia un po' tra quei filmati in bianco e nero in stile teche Rai, si possono ritrovare spezzoni interessanti e da moltissimi dimenticati, in cui si vedevano grandi del nostro panorama musicale (ma anche del cinema e dell'arte in generale), dialogare e dibattere con chi, a torto o a ragione, fungeva in quel momento da detrattore, o quantomeno ne metteva in discussione testi, pensieri, riferimenti e messaggi. Oggi questo contraddittorio è affidato alla rete, e si potrebbe pensare alla sublimazione della democrazia e della critica: finalmente è l'utente finale ad esprimersi e non bisogna star simpatico a questo o quel giornalista ed esperto per apparire in tv, avere successo e, soprattutto, evitare quelle che oggi chiamano shitstorm e che ieri si annoveravano come "grandi ed inutili rotture di cazzo". Rispetto a questo punto di vista potrei anche essere d'accordo: che bello che ognuno possa esprimersi artisticamente in maniera libera, ed arrivare in maniera diretta agli ascoltatori, creandosi un proprio pubblico, una propria identità. Tutto bellissimo, e soprattutto tutto perfettamente in linea con quanto sta accadendo oggi, con artisti che passano direttamente dalla cameretta ai palazzetti, passando per quei trampolini che rispondono al nome di Spotify, YouTube e TikTok. -taglio2- Il problema di questo fenomeno è però il pubblico: non più "educato" ad un ascolto e a una selezione, a un'attenzione a tutti gli aspetti di ogni opera - nel caso di nuovi brani testi, massaggio, musica, capacità vocali, etc. Si è tutti veloci e quindi superficiali, ci facciamo catturare dalla frenesia che ci viene imposta e ci chiede di esprimere un giudizio lapidario nei pochi secondi di un reel. In pieno stile Tinder, anche con l'arte teniamo o scartiamo con uno scroll, pensando di aver capito qualcosa che, in realtà, non abbiamo neanche lontanamente intuito. Quindi oggi abbiamo una realtà che può riversare in rete qualsiasi prodotto, un sistema ultraconservatore che sposa solo progetti che funzionino al 100%, ed un pubblico che, in soldoni, quasi sempre non capisce niente. Chi vincerà? Alla fine nessuno, ma perché nessuno vuole davvero vincere: a molti basta uscire dalla cameretta, anche se solo per qualche mese, ai discografici in stile Gattopardo va benissimo che la ruota continui a girare con stesso verso e velocità, ed agli ascoltatori non interessa niente di nulla, tanto uno vale l'altro. Più che chiederci chi non vince, in realtà, dovremmo chiederci chi perde, e qui la risposta è ugualmente abbastanza facile: l'arte. Un'arte che non appassiona più, che non avvicina, che non divide, che non crea comunità né invia messaggi, che non general critica e non la vuole, che non stupisce e spera vivamente di non farlo. Perché sorprendere significa spiazzare, e può andarti bene come malissimo. E questa forse è l'unica cosa che nessuno può permettersi, che tutto vada male e che tutti, inesorabilmente, resti uguale.