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Robert Polidori

di Joanna irena Wrobel

Numero 195 - Gennaio 2019

Poetiche e contemplative, evocative e analitiche, romantiche e documentali, così si potrebbero definire le insolite immagini di Robert Polidori (1951, Montreal, Canada).


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Poetiche e contemplative, evocative e analitiche, romantiche e documentali, così si potrebbero definire le insolite immagini di Robert Polidori (1951, Montreal, Canada). Uno dei maggiori fotografi di architettura, degli interni e del paesaggio urbano, percorre il mondo alla ricerca di luoghi unici, carichi di storia e di memoria. I suoi reportage sulle città abbandonate, distrutte, modificate, divise (come Chernobyl, Mumbai, Amman, l’Havana, Rio de Janeiro, New Orleans), hanno ottenuto riconoscimenti in tutto il mondo: tra questi, un prezioso World Press Award (1998). Foto di grandi formati, quasi sempre a colori, inquadrature particolari di luoghi vissuti intimamente, dove regna un ordine e una scrupolosità surreale: tracce parlanti, impolverate, consunte, corrose dall’incessante avanzare del tempo. Le immagini dell’artista canadese, non sono mai questione di attimi, frutto di casualità, ma di un arco temporale prestabilito: dove il risultato finale è la somma di scelte equilibrate e precise. Le fotografie di Roberto Polidori documentano quasi sempre le rovine di un tempo recente: interni fatiscenti intrisi di una profonda e struggente bellezza o/e metropoli contemporanee, snaturate da una crescita esponenziale e incontrollata. -taglio- Scorci sghembi e singolari di stanze vuote e silenziose, diventano una testimonianza immediata di esperienze vissute là dentro, una sorta di fermo-immagine, che si trasforma in fine strumento di indagine sociale e filosofica. Le città e le case, prive di presenze umane, abbandonate e silenti, vengono mostrate come metafora della parabola di un mondo apparentemente al di fuori del tempo. Alcuni progetti artistici di Polidori hanno una durata pluriennale, come nel caso del restauro della Reggia di Versailles, che si protrasse per 25 anni. Ogni passo, seguito con una sottile sensibilità, porta alla luce dei risultati inaspettati, sia dal punto di vista artistico, che puramente storico e documentale. Nella sua raffinata ricerca Robert Polidori si concentra, non solo, sull’aspetto architettonico degli ambienti interni, pur sempre grandiosi ed affascinanti, ma fa un riuscito tentativo di penetrare e rivelare l’anima di chi ci ha vissuto. Mettendo (costantemente) in vista i principali riferimenti storici, nello stesso momento riesce a svelare la personalità, i valori, le idee, i desideri di abitanti di questi spazi ormai muti, dando inizio ad una serie di riflessioni e alimentando il dialogo fra l’opera e fruitore. Attraverso i numerosi segni di continui rifacimenti, Polidori riesce a restituire con limpida chiarezza il succedersi degli avvenimenti e di variegate personalità delle umane presenze. Nei lavori dedicati alla capitale di Cuba, l’Havana appare come cruda immagine di un sogno ormai finito. Gli scatti travalicano la -taglio2- realtà. Sembra, che tutti gli orologi si siano per sempre arrestati. Permane, unicamente, la sensazione di una socialità: le case e i luoghi dimenticati diventano i principali testimoni di una condivisione sociale, di cui rimangono solo rare e flebili tracce. Fra 2017 e 2018, l’artista canadese ha trascorso lunghi periodi a Napoli per fotografare i monumenti e le chiese abbandonate della città, per indagare il lento disgregarsi non solo del tessuto urbano, ma soprattutto il graduale declino del fervore religioso, un segno ricorrente della modernità. Una trasformazione culturale progressiva e inarrestabile, che Polidori trasferisce nelle sue fotografie, dove gli aspetti emozionali dei luoghi, ne evocano la memoria e sublimano la decadenza, diventando metafora di uno stato dell’(mal)essere. Gli strati di materia, accumulati nel tempo, mostrano la trama del lento logorio, dando vita a una sorta di “pitture spontanee”, che con grande perizia artistica vengono fissate in scatti unici. Le cromie delle composizioni, dalla forte impronta personale, richiamano la pittura espressionista astratta. Edifici, pareti, oggetti, assumono valenza di tele dipinte, che contengono gli accumuli e strati vari di colore e di materia. Le superfici svelate, mutate nel tempo, ossidate e modificate da un processo chimico spontaneo, deliziose nella loro visione cromatica, sembrano dipinti policromi e non gli attimi, lampi di luce, fissati in uno semplice (ma pur sempre contemplato) click.


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