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Ricerca artistica salernitana

di Antonino Ianniello

Numero 200 - Giugno 2019

Salerno, famosa per le sue bellezze paesaggistiche si apre alla Cultura e all’Arte, vista a trecentosessanta gradi


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Salerno, la city già conosciuta al mondo dell’Arte per il suo Conservatorio “Giuseppe Martucci”, diretto dal Maestro Imma Battista, diventato fiore all’occhiello e punto di riferimento per la Musica dell’Italia intera, ha ospitato la Biennale d’Arte Contemporanea. Ma cosa c’entra la Biennale d’Arte Contemporanea con la Musica, vi chiederete. Non è un arcano. È un qualcosa che trova il classico filo rosso. Quel binomio che si è rivelato, in più circostanze carta vincente, entrando, di fatto, nel corpo della stessa Biennale con una sezione dedicata alla musica ed allargandone, invero, gli orizzonti grazie ad installazioni sonore. Frutto inequivocabile della genialità del M° Battista.
In questa città che possiamo affermare a “misura d’uomo” vive una donna che, riveste la carica di co-curatrice della stessa Biennale, che con le sue tele e le sue opere, realizzate, spesso, con materiali riciclati (e da qui la magia del rifiuto che diviene parte fondamentale delle sue sculture o installazioni), riesce a colpire e carpire il cuore dell’osservatore e del critico.-taglio- Qualcuno sostiene che ci si trovi dinanzi ad una pittrice destinata ad arrivare molto in alto. Qualche altro ritiene addirittura che possa anche “non firmare” le sue opere, tanto appare chiara la sua pennellata, che la identifica. Riconoscibile, in pratica, il suo modo di creare trasmettendo emozioni calde. La donna di cui parliamo è Olga Marciano, salernitana verace, che ama poco sentir parlare di sé, preferendo che sia la sua arte a parlare e comunicare emozioni.
La Marciano, sin da piccola mostra la sua struggente passione per la pittura, anche se i suoi studi si indirizzano in tutt’altro campo, ritenuto più serio dai genitori. Dopo la laurea in giurisprudenza, però, segui il suo cuore e fece della pittura la sua vita, il suo mondo. Decise che ‘quella’ era la strada da seguire. Una strada che non è stata di certo in discesa, ma di cui ora raccoglie i frutti di un lavoro intenso e soprattutto di grande statura artistica.
La pittrice stessa ritiene che la sua ‘attrazione fatale’ per l’arte le sia trasmigrata dal DNA della sua cara nonna Olga, che a sua volta lo aveva trasmesso dapprima a papà Eugenio, per giungere, poi, alle due nipoti Olga e Luciana. “La scelta della tecnica,” - afferma Olga Marciano - “non è facile per un artista, perché se è vero che non esistono sentimenti o concetti, immagini o avvenimenti, che le arti non possano narrare o evocare, è pur vero che alcuni di essi assumono maggiore espressività e significato se realizzati con l’uso di alcuni materiali, piuttosto che con altri. Un volto, una mano, un oggetto, un movimento...-taglio2-sarebbero stati privi di sentimento, se in alcune circostanze non avessi utilizzato delle immagini reali e storiche. Così, per la mia ultima personale ‘Nulla da dimostrare - Il lavoro delle donne’ sono partita da una lunga ricerca, attraverso lo studio della storia delle prime donne emancipate. Non più solo donne di casa e madri amorevoli ed accoglienti, ma ‘combattenti’ in un mondo di uomini. Donne forti e capaci di sopportare ruoli di ogni genere, partendo da lavori anche molto umili da un punto di vita intellettivo, ma consapevoli di poter raggiungere le mete più alte, sebbene attraverso un percorso lunghissimo, lentissimo e ancora non giunto al traguardo. Occorreva preliminarmente preparare un archivio di documenti e fotografie dell’epoca, per poi mettere in risalto la grande determinazione delle donne, attraverso strati di materiale sovrapposto che avrei utilizzato”. La collezione, dunque, è il frutto della ricerca di un’artista che, messi da parte, per un momento, i colori ad olio, tecnica prescelta ed amata, realizza, con quella che in arte si definisce genericamente ‘tecnica mista’, venti ritratti, primo segmento di una raccolta dedicata interamente al tema del lavoro delle donne. Tavole e tele supportano i materiali presi a prestito dagli archivi. L’artista li feconda con colori, matite, gessi, carte, rondelle, oggetti ritrovati ed attribuisce loro una seconda vita con un’identità nuova. Le donne della collezione, anche quelle il cui lavoro si è disperso nelle pieghe del tempo, raccontano la loro storia di donne sfruttate, emarginate, ma tenaci e consapevoli della loro forza.





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