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MICHÈLE MAGEMA

di Maresa Galli

Numero 218 - Marzo 2021

L’arte incide sulla vita, muovendo le coscienze, raccontando culture e intrecci antropologici: ne è brillante testimonianza Michèle Magema, poliedrica artista congolese-francese.


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Nata nella Repubblica Democratica del Congo nel 1977, risiede a Parigi. Le sue opere, esposte in tutto il mondo, intrecciano performance, video e fotografia, collocate, come ama spiegare, in una sorta di spazio mentale, border tra le proiezioni africane e quelle europee. Si serve quasi sempre della propria immagine, -taglio- offrendo identità plurali che agiscono attraverso il tempo, lo spazio, per mostrare l’identità ibrida, frutto del meticciato culturale contemporaneo. I video di Magema sono spesso composti da proiezioni multiple, con diversi schermi in cui la stessa artista compare con il proprio corpo, dinamicamente esposto, incrociando diverse personalità e visioni, coprotagonista la musica, aggiornando la trasmissione orale, millenaria forma di comunicazione che appartiene a tutte le culture. Magema con la sua arte svela le mistificazioni ideologiche, razzismi, pregiudizi, stereotipi, etichette che caratterizzano da sempre l’esotismo, visione di comodo che il mondo europeo ha utilizzato, tra gli altri, come potente strumento di dominio culturale sui popoli africani e, più in generali, su tutti i popoli colonizzati nel passato. -taglio2-Altro elemento chiave della sua arte è la femminilità, che mette al bando gli stereotipi sulle donne africane, stereotipi che ancora oggi sono fortemente presenti nella rappresentazione dei popoli altri. Magema prende spunto da fatti storici e da vicende personali, interpretandole per disvelare gli artifici del dominio europeo e di quello maschile, giungendo a definire la sua identità di donna libera, priva di condizionamenti storici e culturali. Artista prolifica, ha tenuto performance ed esposto nel circuito internazionale. Ricordiamo, tra le altre, le seguenti produzioni: i video “Element” (2005), “Fleurs de Lys” (2006), “The Kiss of Narcisse(e) (2012), Congo Landscape (2013), Colors as feelings (2014) e la performance “Picturing (The) Stories” (2017). Un’arte bella esteticamente ma, soprattutto, per contenuto e messaggio.





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