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Maddalena Crippa

Il rito del teatro

di Maresa Galli

Numero 266 - Dicembre-Gennaio 2026

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La celebre attrice, reduce dallo strepitoso successo di “Crisi di nervi”, racconta la magia e la grandezza eterna dei classici


Maddalena Crippa non ha bisogno di presentazioni. Una signora del Teatro, un’attrice che lavora da sempre sulla qualità altissima di testi, autori, registi. Da quando Strehler la scelse dopo un provino, a soli 17 anni, per il ruolo di Lucietta nel “Campiello” di Goldoni, la sua carriera è stata un florilegio di opere importanti per il teatro, la musica, il cinema, la tv. -taglio- Lei ha interpretato, al Teatro Nuovo di Napoli, “Crisi di nervi”, tre atti unici di Cechov, per la regia di Peter Stein: è stato un successo strepitoso… Non solo il piacere di trovare Cechov nella vostra magnifica interpretazione ma il piacere di vivere situazioni di una modernità sconvolgente… “A questo grande successo si è arrivati dopo le varie repliche italiane. Il lavoro è stato proposto anche in teatri da mille posti e ha fatto ovunque il tutto esaurito. È proprio una gioia per il pubblico e ci siamo anche tanto divertiti. I tre atti unici di Cechov sono andati in scena rispettando i classici. Oggi invece impera l’abitudine di attualizzare le opere e anche di imporsi, con il regista che vuol fare lui “l’autore”. Allora scrivi qualcosa tu, altrimenti si riduce la potenza di un grande testo. Se si mette in scena “Il giardino dei ciliegi” di Cechov deve essere riconoscibile. I classici non si toccano. Io sono assolutamente per i classici però mi piacciono anche i contemporanei con lavori di spessore fatti con onestà. I classici sono tali perché non si finisce mai di approfondirli, e sono di una ricchezza infinita. Possiedono una tale capacità di penetrazione che emozionano ancora oggi. Devi solo porti al loro servizio, con fedeltà all’autore e attenzione filologica, come fa, appunto, la regia di Stein. Qui tutto è messo in scena anche con una semplicità che consente al pubblico di seguire dall’inizio alla fine. Da che mondo è mondo il teatro ha sempre parlato ai suoi contemporanei. Questi personaggi di Cechov, così pieni di rabbia, con difficoltà nelle relazioni, con moderni rapporti di coppia sono incredibili se si pensa alla Russia dell’Ottocento. Il pubblico ha accolto con entusiasmo “Crisi di nervi” perché lo spettacolo è comprensibile dalla A alla Z; anche la persona non acculturata riesce a percepirlo. Questa è la forza del teatro: arrivare a tutti”.
In scena interpreta donne forti, Nora, Lady Macbeth, Medea, Pentesilea, Titania e ora Elena Popova, quasi una femminista ante litteram…Con lei in scena un cast affiatato e strepitoso… “La Popova, il mio personaggio, meraviglioso, è quasi una femminista. Ci poniamo al servizio dell’autore e, in questo modo, il pubblico segue dall’inizio alla fine. Ogni attore può brillare, qui è uno più bravo dell’altro! Ho ritrovato la compagnia con la quale c’è grande affiatamento, dalla messa in scena del “Compleanno” di Pinter, nel 2022. Con Gianluigi Fogacci abbiamo lavorato insieme nel Tito Andronico, con Alessandro Averone abbiamo fatto “I Demoni”, nel 2009, Alessandro Sampaoli ed Emilia Scatigno hanno fatto dei seminari con Peter…”. C’è anche tanta musica nei suoi spettacoli: “Sboom”, “A Sud dell’Alma”, uno spettacolo su Pasolini ed uno su Gaber… “Ho iniziato con “Canzoni italiane del 1919-39” e “Canzonette vagabonde degli anni ‘20-40”, un gioiellino, con brani italiani e tedeschi. Ho interpretato “Ma l’amore no”, “Non sei più la mia bambina”, “Lola”, “Lili Marlene” e tante altre celebri canzoni di Rabagliati… Ho cantato brani di Jannacci, Tenco, Gaber e “A sud dell’alma”, con brani del Sudamerica, cantato anche in spagnolo. Ne “L’Opera da Tre Soldi” di Brecht/Weill, ho interpretato i ruoli di Polly e Jenny. Ho debuttato al Campania Teatro Festival nel 2023 con “Un sogno a Istanbul” di Alberto Bassetti, con Maximilian Nisi, tratto da “La cotogna di Instanbul” di Paolo Rumiz, un bel lavoro, una ballata per tre uomini e una donna. È veramente qualcosa di unico perché è una ballata ma scritta in sillabe e Alberto Bassetti ne ha fatto un testo teatrale che non è né un musical né una commedia. È un lavoro sulla guerra di Bosnia ed io canto in bosniaco. La protagonista, Maša, è una donna musulmana di Sarajevo, straordinaria, perché, tre giorni prima di sposarsi suo marito viene incarcerato e lei gli dice che lo aspetterà ma che vuole essere madre. Non rinuncia a se stessa. Poi avrà il cancro – è una donna fortissima. Lo riprendo a febbraio 2026. Purtroppo c’è sempre il problema degli allestimenti, ormai di tre o quattro giorni, uno spreco. Una volta uno spettacolo rimaneva anche un mese a teatro nelle grandi città”. Qual è il suo ricordo dello spettacolo col maestro Roberto De Simone al Teatro di San Carlo, “Requiem in memoria di Pier Paolo Pasolini”, oggi omaggiato con mostre e pubblicazioni? “La RAI ha trasmesso quel meraviglioso Requiem con James Senese, Giovanni Mauriello e altri grandi artisti. Pasolini lo trovo sempre attuale, potente. Io ho dedicato uno spettacolo alla sua parola poetica, “Canto popolare. Parole e suoni per P.P.Pasolini”, con il chitarrista Paolo Schianchi. Bellissimi i suoi diari, i suoi versi. Purtroppo in questo momento siamo messi molto male e penso che
ancora oggi parli a tutti noi, a chi riesce a comprenderlo”. Lei è stata interprete di un lavoro di grande successo, il “Pierrot Lunaire” di Schönberg, in lingua tedesca, diretto da Stein… Lo riprenderà? “Pierrot Lunaire”, con Brett Lieder, è parte di “Schoenberg Kabarett”, una grande produzione da teatro lirico per la regia di Stein. Non sono più i tempi per proporlo. Lo mettemmo in scena per il Festival del Novecento, a Nizza e al Massimo di Palermo, con cinque musicisti e tanti costumi. Era tutto molto bello perché io cambiavo costume dal bianco al nero e poi per ogni canzone dei Brett Lieder, ognuna con un personaggio diverso. Per me è stata un grande sfida perché non parlavo tedesco e la partitura è difficile per qualsiasi cantante, poiché è l'inizio della dodecafonia. Non leggo la musica e così ho imparato tutto a memoria in un anno di lavoro. Lo rifarei!”. Con grande determinazione Peter Stein, dopo la rinuncia da parte del Teatro Stabile di Torino, mise in scena “I Demoni”, di Dostoevskij, una maratona di undici ore di spettacolo che riscosse un enorme successo… “Lo abbiamo rappresentato a New York, Vienna, Parigi, Amsterdam, Atene, Napoli: ovunque un successo pazzesco. La gente non è andata via, se non per le pause, e invece di spendere un week end fuori lo ha speso con Dostoevskij! Quegli applausi non significavano “bravi!” ma “grazie!”. Nessuno si è annoiato”.
Un sogno nel cassetto anche se penso che lei ne abbia realizzati tantissimi… “Forse mi spiace di non aver interpretato Giovanna D’Arco quando potevo farla. Ciò che mi intriga è, appunto, l’esperienza: non mi interessa fare la protagonista, dipende con chi, come, perché. Meglio essere un elemento del gruppo ma fare un lavoro che ha un valore, una profondità. Il teatro non è il monologo che adesso va per la maggiore, perché il teatro è relazione tra noi che siamo esseri sociali. È importantissimo perché è l’unico luogo, ormai, dove è concesso di riconnetterti alla tua totalità di essere umano che con la mente e col cuore definisce le cose. Il rito che si ripete ogni sera è sempre diverso perché “tu” sei diverso ogni volta. Se una cosa mi viene bene non sento mai più di rifarla, mi piacciono le sfide. Con “Crisi di nervi” abbiamo fatto più di 100 repliche e lo spettacolo non è mai uguale al precedente. Nessuna ripetizione meccanica, io voglio la verità.

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