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Libertà: realtà o solo un ideale?

di Lucia de Cristofaro

Numero 201 - luglio-agosto 2019

Se le leggi, i regolamenti, le norme ci cadono dall’alto dicendoci di fare o di non fare, senza preoccuparsi di ascoltare cosa ne pensano sul serio coloro ai quali tali leggi e norme sono diretti...


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Se le leggi, i regolamenti, le norme ci cadono dall’alto dicendoci di fare o di non fare, senza preoccuparsi di ascoltare cosa ne pensano sul serio coloro ai quali tali leggi e norme sono diretti, ossia i cittadini di una Nazione, di un territorio, significa che dobbiamo chiederci se la democrazia che viviamo sia sinonimo o meno di “Libertà” e perché tutti ne parlano, la ricercano e infine la pretendono. In effetti forse ci dovremmo chiedere anche se ci riteniamo realmente liberi, o se avvertiamo un senso di costrizione oppressiva sulla nostra quotidianità, a causa di regolamenti che non condividiamo e di cui spesso non riusciamo a condividere il precetto. Allora cosa ci trattiene da urlare ad alta voce: “W la libertà!”. Probabilmente quello che manca è il coraggio. -taglio- Il coraggio di calcare le tavole del palcoscenico della vita, togliendoci finalmente la maschera e rivendicando la nostra unicità di pensiero, la nostra unicità quali esseri umani non omologati, sottraendoci al pensiero dominante, acquisendo nuovi valori in cui credere e costruendo rapporti autentici sulla base della conoscenza profonda di noi stessi e in relazione con l’altro fortunatamente diverso da noi, affinché le menti si confrontino, abbeverandosi alla fonte dell’originalità.
Tutti noi nella vita quotidiana siamo abituati a recitare, indossando di volta in volta la maschera idonea alla situazione che viviamo. La nostra libertà di fatto è condizionata dagli interlocutori che abbiamo davanti, dagli ostacoli che dobbiamo superare, dai luoghi che frequentiamo: secondo i casi, vestiamo dunque una particolare maschera per essere accettati, per paura, per convenienza. La libertà reale la troviamo solo quando abbiamo il coraggio di guardare dentro noi stessi, le rare volte che riusciamo a esprimerci pienamente e a gettare via la maschera. Quindi essere liberi è possibile, ma a che condizione: l’isolamento dalla società ricercato o indotto? Ecco il fulcro del problema l’interazione tra persona e persona con l’accettazione dell’altrui pensiero, anche se contrasta con il nostro, oltre l’accettazione della necessità di regole per poter attuare una pacifica convivenza, chiaramente condivise. Ma se realmente molte delle leggi che oggi restringono la libertà, non li condividessimo, anche di nascosto e in silenzio, staremmo zitti? Io credo di no; credo che la maggioranza, cosiddetta silenziosa, sia quella che realmente governa il Paese, che non esprime opinioni, ma è contenta se chiudono i porti, si sente al sicuro se gli occhi da “Grande Fratello” giungono sin -taglio2- dentro le nostre case, si sente sollevata che la cattiva sorte economica non è capitata ad essa, ma a quegli sfigati che non hanno voglia di lavorare, perché pensa che non sia affatto vero che sono poveri perché gli è stato tolto il lavoro. Una maggioranza silenziosa che adora lo Stato forte, perché così è al riparo dall’anarchia. Un’anarchia di cui si ha paura, che si pensa possa contaminare le menti, portandole alla violenza. Un’anarchia il cui ricordo storico ha sempre fatto pensare ad una influenza negativa sulla società, perché la persona veramente libera da qualsiasi catena sociale fa paura, in quanto mancando in essa qualsiasi sovrastruttura non riusciamo a prevedere come reagirà, come si comporterà, in quanto riconosciamo che il suo mondo, rispetto al nostro è senza confini. Infatti anche se ormai tutti noi viviamo in un mondo dove i confini reali sono abbattuti dalla rete interattiva, dove il web è patrimonio di tutti, continuiamo a soffrire dei nostri confini mentali, che limitano di fatto il raggiungimento della piena libertà, pur in mezzo agli altri e soprattutto nel rispetto della libertà degli altri. Di fatto quello che dovremmo pensare è che la mia libertà termina, lì dove inizia quella dell’altro, se poi riusciamo ad unirle e a viverle insieme le nostre libertà, allora significa che un’utopica società egualitaria e soprattutto rispettosa della persona, chiamata UOMO o DONNA, si sta costruendo e ciò avviene, sono convinta, al di là di qualsiasi legge, di qualsiasi costrizione, perché l’essere umano è nato per essere Libero e quindi può liberarsi dalle catena se ne avverte la necessità, se percepisce la sua quotidianità come un costrizione che soffoca il suo “IO” interiore. “La libertà è partecipazione”, cantava Gaber e di sicuro è ancora così.





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