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Le tre chiavi della Nostalgia

di Franco Salerno

Numero 203 - Ottobre 2019

Comprendere la finitezza, non perdere il legame con la lingua materna, dialogare


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Il termine “nostalgia” sembrerebbe un termine moderno e, invece (tanto per cambiare!) deriva dalla lingua greca (“nòstos” significa “ritorno” e “àlgos” “dolore”; dunque “nostalgia” vuol dire “dolore per il non ritorno”). Entra però tardivamente nell’immaginario e nel vocabolario europeo: solo nel XVII secolo, e precisamente nel 1688, ad opera di uno studente di medicina dell'Università di Basilea, Johannes Hofer, il quale scoprì e analizzò le sofferenze che i mercenari svizzeri del re di Francia Luigi XIV pativano, in quanto costretti a stare a lungo lontani dalla loro patria. Oggi può essere interessante andare a vedere come la “nostalgia” moderna sia stata vissuta anche dagli scrittori e dai personaggi della cultura classica, i quali, pur non conoscendo questa dimensione interiore, almeno nell’accezione che conosciamo, ne avevano codificato varie tipologie, che noi ricostruiamo per i nostri lettori, grazie alle interessantissime tesi della studiosa Cristina Gottardi, da noi riportate in virgolettato. -taglio- Partiamo da Ulisse, per il quale “la nostalgia è inaspettatamente bifronte, desiderio del passato e del futuro insieme”. Ulisse, infatti, nella versione dantesca, non si ferma ad Itaca, a cui pure è legato, ma prosegue verso Ovest, oltre le Colonne d’Ercole (su cui era scritto “Non plus ultra”, “Non si può andare oltre”), spinto, per dirla alla Dante, dalla “virtute” e dalla sete di “canoscenza”. La nostalgia diventa, dunque, per lui “il desiderio di un porto a cui giungere, sempre il porto successivo, quello che consentirà di (ri)trovare la propria identità. La nostalgia è la mancanza di identità, la sofferenza data dall’incompletezza”. Per Enea invece – come per tutti gli esuli – non può esistere mai una seconda Troia, perché “non si tratta di riprodurre l’identico, ma di fabbricare altro”... Fino alla fondazione di una nuova patria, che gli è concessa a patto però che cambi lingua, che parli “con un’unica bocca”. L’esilio comporta infatti l’abbandono -taglio2- della lingua materna, che si può conservare, nostalgicamente, nel cuore, ma alla quale si deve sostituire la nuova lingua. Come è successo ai nostri nonni emigranti in Europe e nelle Americhe, che hanno conservato il dialetto nel cuore e nell’ambiente dei connazionali, però hanno dovuto imparare una nuova lingua e nuove tradizioni. La terza modalità è la più drammatica: è quella del poeta Ovidio, che fu mandato in esilio da Roma, nella lontana terra degli Sciti, dove egli teme di dimenticare il latino, patria culturale, e percepisce tutta la solitudine dello scrittore in esilio, senza “alcuno che comprenda cosa significhino le mie parole”. Queste tre tipologie sono diverse tra loro, ma possono fungere da prezioso strumento per vivere razionalmente una condizione di nostalgia ed impedire che essa diventi una malattia.





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