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LAUTARO MARTINEZ

di Gaetano Magliano

Numero 251 - Giugno 202

Il capitano neroazzurro ci racconta l’esperienza del suo secondo scudetto con la maglia dell’Inter: una chiacchierata sulla consapevolezza e la crescita personale


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Questo è stato certamente uno degli anni sportivi più belli e più intensi di tutta la sua carriera, un’annata che l’ha visto portare sul tetto d’Italia l’Inter dopo il titolo vinto nel 2021;-taglio- Lautaro Martìnez ancora una volta ha dimostrato di essere uno dei giocatori più forti del mondo e soprattutto un leader assoluto dentro e fuori dal campo. Anche se non si è appassionati di calcio, è impossibile non aver sentito questo nome: Lautaro. Classe ’97 il capitano nerazzurro nasce a Bahía Blanca (Argentina) da Mario Martínez, ex terzino sinistro militante nella seconda divisione argentina e Karina Vanesa Gutiérrez. Come la maggior parte dei bambini si appassiona al calcio, primo sport in argentina, e così fin da piccolissimo inizia a frequentare una scuola calcio della zona. Fin da subito è apparso chiaro che Lautaro fosse destinato a qualcosa di più grande, infatti, dopo un'esperienza giovanile come difensore centrale, iniziò a ricoprire la posizione offensiva e così in possesso di un buon bagaglio tecnico, Lautaro si distingue nel corso degli anni per il fiuto del gol e la capacità di fornire assist ai compagni di squadra. Prolifico realizzatore, dinamico, veloce e agile, è noto per il suo stile di gioco elegante e la capacità di finalizzare l'azione, oltre alla sorprendente forza fisica e l'abilità aerea nonostante la sua statura ridotta. Tutte queste sue caratteristiche gli sono valse il soprannome di “El Toro” proprio per la grande energia ed intensità che lo contraddistinguono nel gioco; noi di Albatros l’abbiamo incontrato per farci raccontare questo suo ultimo grande successo ed i suoi progetti futuri. Inevitabile partire dalla vittoria dello scudetto, il secondo con la maglia dell’Inter, in che modo questa vittoria si differenzia da quella del 2021? “Sicuramente si differenzia per la consapevolezza. La vittoria di questa stagione sportiva ha significato tanto per me a livello personale, non solo perché ho alzato la coppa in qualità di capitano, ma anche perché mi sono reso conto di aver vissuto tutto in maniera diversa. Nel 2021 ero felicissimo, ma ricordo che ad ogni partita avevo sempre un po' di ansia, pensavo ‘speriamo vada bene’, invece quest’anno ogni match me lo godevo al massimo ed ero sicurissimo delle mie capacità e di quelle di ogni singolo compagno di squadra! Certo, non sono mancati momenti complicati o magari delle sconfitte amare, ma in generale è stato bello realizzare quanto io sia cresciuto e sia stato in grado di vivere il tutto in maniera estremamente serena e positiva.” Cosa significa per te essere capitano? “Vivo il ruolo di capitano con grande responsabilità, credo che in qualsiasi squadra sia una sorta di ‘riconoscimento’ nei confronti di un giocatore. Essere capitano significa dare l’esempio, spronare tutti i miei compagni anche quando magari non si hanno le forze per farlo, significa ascoltare ognuno e cercare di trovare una chiave per risolvere eventuali problemi di spogliatoio. Devo ammettere, però, che il gruppo squadra di quest’anno è stato veramente incredibile: è anche questo il segreto della vittoria. Certo, bisogna allenarsi duramente, ma quando il gruppo è coeso dentro e fuori dal campo si innesca una sorta di magia che non permette a niente e nessuno di rompere l’equilibrio.” Hai più volte dichiarato che con l’Inter si tratta di una storia d’amore…-taglio2- “Sì, sono orgoglioso di essere considerato una bandiera da tutti i tifosi della squadra. Da quando sono arrivato mi hanno sempre trattato in maniera speciale e sono molto grato per questo. Nel calcio non si sa mai cosa succede, ma io sono sicuro che a Milano sto benissimo e che la mia volontà è quella di rinnovare! Amo vivere in questa città e dovendo pensare anche all’aspetto familiare mi piacerebbe continuare a crescere i miei figli qui; Milano è una città cosmopolita dove ci sono tante opportunità.” Facendo un passo indietro, quando hai iniziato con il calcio immaginavi che la tua vita potesse andare così? Cosa rifaresti e cosa no? “Non posso dare una risposta secca… diciamo che ci speravo. Sapevo di avere le carte in regola per poter aspirare a diventare un professionista, ma allo stesso tempo sono sempre stato consapevole del fatto che questo avrebbe significato sacrificare tanto ed impegnarsi completamente anima e corpo per questo sport, quindi non sapevo come avrei reagito a questo carico. Devo ringraziare la mia famiglia, i miei allenatori, i quali hanno sempre cercato di alleggerire un po' la posta in gioco per far in modo che io vivessi tutto con responsabilità sì, ma senza ansia. La cosa che rifarei sicuramente è restare a Milano in un periodo in cui avevo ricevuto davvero tante offerte da squadre ugualmente prestigiose. Cosa non rifarei? Non saprei rispondere su due piedi, forse a volte avrei potuto tenere la bocca chiusa per evitare di risultare presuntuoso anche se alla fine non mi è mai piaciuto fare giochetti, quindi seppure a volte posso aver sbagliato a parlare va bene così… l’importante è saper chiedere scusa!” Adesso hai un po' di tempo libero, cosa farai quest’estate? “Mi dedicherò sicuramente alla famiglia, tornerò per un po' in Argentina a trovare tutti i miei parenti e vedere come vanno le cose lì.. sai, per chi come me vive molto lontano da casa ritornare per un mese da dove si è partiti diventa tipo una boccata d’aria. Dovrò dedicare del tempo all’allenamento, anche perché poi ad agosto si comincia con la preparazione, ma non mi pesa più di tanto.”





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