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La sostanza dei sogni... mediatici

di Lucia de Cristofaro

Numero 196 - Febbraio 2019

A tutti noi è capitato di emozionarci davanti ad un film, perché identificandoci con il protagonista, o uno dei personaggi all’interno della storia, quella storia sognavamo di viverla, la sentiamo nostra


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A tutti noi è capitato di emozionarci davanti ad un film, perché identificandoci con il protagonista, o uno dei personaggi all’interno della storia, quella storia sognavamo di viverla, la sentiamo nostra, perché o commovente, o drammatica, o ironica e esilarante, ci rappresenta, e sullo schermo rivediamo un po’ di noi stessi, con le nostre fobie, i nostri visti, le nostre ambizioni e soprattutto... i nostri sogni appunto. -taglio-E se in un movie tutto può accadere, finita la pellicola non ci resta che portare dentro di noi un pezzetto di emozione e ricordarlo quando abbiamo bisogno di confortarci o di reagire alla quotidianità. Una quotidianità che invece è espressa nelle fiction e che mescolando finzione e realtà, fantasia e cronaca, stimola, puntata dopo puntata, desideri materiali, spirituali, vocazioni professionali, pulsioni sessuali, e, perché no, anche criminali. È a questo punto che la finzione, il sogno, l’immaterialità di ciò che è impresso sullo schermo che prende vita, può dare inizio ad emulazioni pericolose. È quando le emozioni prendono il sopravvento sulla nostra razionalità, messa a dura prova dal nostro sogno che va in onda tutti i giorni, quando ciò che vediamo modifica il nostro senso della morale, quando iniziamo a riprodurre nella realtà della nostra vita atteggiamenti e azioni tratti dalle fiction. Storie spesso reali, anzi fin troppo reali, soprattutto se si parla di corsie di ospedali, di amori contrastati, di desideri e angosce, ma sempre e solo storie. Forse il fenomeno è da addurre alla sete di finzione che abbiamo, di una bulimica necessità di appagamento, quell’immergersi in una narrazione non lineare, ricca di intrecci, di sovrapposizioni, proprio come i fatti della vita da cui siamo sommersi, con i meccanismi di empatia, di antipatia o simpatia, con chi ci vive accanto nella nostra quotidianità. A volte il condizionamento mediatico può anche risultare positivo, perché può aiutarci a prendere una decisione-taglio2- riguardo al lavoro, a chiudere una relazione non positiva o ad intraprenderne una uscendo dalla solitudine, m a come in tutte le cose c’è il rovescio della medaglia, che è proprio quella emulazione negativa che ha portato tanti giovani, ma anche adulti, ad azioni che hanno condizionato negativamente il loro percorso esistenziale. Come si può dunque, continuare a concedersi l’ora di benessere, l’ora sognante regalataci da un film o una fiction, senza cadere nel tranello della sovrapposizione della realtà? Non credo ci siano ricette, non ancora almeno, le voci esperte in tal senso, al momento, sembrano evidenziare il problema, mettere in guardia dal pericolo, ma non si ravvisa ancora una strada risolutiva. Personalmente, credo che come tutti i fenomeni che esplodono cambiando le abitudini sociali, bisogna farli passare attraverso un condotto educativo, che ponga, soprattutto i giovani, ad imparare con un appropriato percorso di “Media Education”, che noi di Albatros abbiamo iniziato a portare nelle scuole, a “leggere” e “interpretare” in modo critico ciò che si vede, non dimenticando mai che quelle sequenze una volta cambiato canale, una volta spento il computer, diventano immateriali, proprio come i sogni di ognuno i noi, che portiamo dentro, che ci aiutano a vivere la quotidianità, ma che difficilmente per fortuna confondiamo con il concreto.





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