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La parola amicizia per Cicerone

di Alfredo Salucci

Numero 215 - Novembre 2020

Per Cicerone l’amicizia è il più bel dono fatto dagli dei ai mortali


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Nel 44 a.C., un anno prima della morte, e in piena crisi repubblicana, Cicerone compone il Laelius de amicitia dedicato all’amico di sempre, Tito Pomponio Attico. Secondo Aulo Gellio, scrittore e giurista romano del secondo secolo d.C., Cicerone per il suo Laelius de amicitia potrebbe essersi rifatto a uno scritto di Teofrasto, successore di Aristotele nella direzione del Liceo. -taglio- La struttura del testo è quella del dialogo. Cicerone riporta quanto riferito da Quinto Mucio Scevola circa il discorso sull’amicizia fatto da Lelio a lui e a Fannio, entrambi suoi generi. È evidente qui l’intenzione di Cicerone di non comporre solamente un’opera dedicata all’amicizia, ma di prendere spunto proprio dal vero significato di amicizia per comporre un’opera dal contenuto anche politico. Infatti, a Roma l’amicizia, nella maggioranza dei casi, era intesa come un legame personale con finalità politiche e di interesse clientelare, diversa da come la intendeva Cicerone. Per sottolineare quest’aspetto, Cicerone ricorda al suo amico Attico, che gli aveva chiesto di trattare il tema dell’amicizia, di ritenere utile riportare proprio il discorso fatto da Lelio, considerato un saggio per le sue qualità naturali e morali, a Scevola e Fannio, che erano andati a fargli visita. Lelio era stato colpito da un grande dolore: la perdita del suo caro amico Scipione Emiliano, morto da poco, cosa che l’aveva molto prostrato. I generi Scevola e Fannio, anche per consolarlo per la grave perdita dell’amico, lo invitano a trattare il tema dell’amicizia. Lelio, nonostante ritenesse di non essere in grado di affrontare un tema tanto importante e impegnativo, esorta i generi ad anteporre l’amicizia a ogni altro valore, tanto da affermare che: “Sicché una vera trattazione intorno all’amicizia io credo che dovreste chiederla ai filosofi che fanno professione di ciò. Io posso soltanto esortarvi ad anteporre l’amicizia a ogni altro bene terreno. Perché niente come l’amicizia risponde tanto bene alla natura umana, niente come l’amicizia si adatta alla prosperità e alla sventura”.-taglio2- Fatta questa precisazione, Lelio non si sottrare alla domanda e precisa che l’amicizia innanzitutto può nascere e continuare solo tra persone virtuose. Gli uomini per loro natura tendono a instaurare rapporti con gli altri uomini. È noto che agli stranieri si preferiscano i concittadini e agli estranei i parenti, ma l’amicizia tra congiunti, anche se scaturisce dalla natura, manca di stabilità. Per questo motivo, per Lelio, l’amicizia è superiore alla parentela: fra parenti può svanire l’affetto, nell’amicizia no. Come Aristotele, anche Cicerone è del parere che l’amicizia presenti vari gradi, ma la vera amicizia è quella che si basa sulla virtù e non sull’interesse. Questo non significa che Cicerone non fosse conscio dei vantaggi derivanti dall’amicizia, non solo di ordine affettivo ma anche materiale, cosa che condanna senza mezzi termini. Lelio nel corso del dialogo dà la sua definizione di amicizia: “L’amicizia non è se non un incontro perfetto di tutti i motivi umani e religiosi, realizzato con la benevolenza e con l’amore; e non so se gli dei, eccezion fatta per la saggezza, abbiano fatto all’uomo un dono più prezioso di essa. C’è chi le antepone le ricchezze, chi la salute o la potenza o la carriera politica; molti perfino i piaceri: mèta ultima degli animali, questi; caduche e malcerte, quelle, e legate al capriccio della sorte, più che dipendenti dalla nostra volontà. Alcuni pongono il bene supremo nella virtù; e fanno bene! ma è proprio questa virtù che dà vita all’amicizia e la sostanzia di sé; e senza di essa a nessun patto può esistere amicizia”.





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