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La medicina monastica

di Alfredo Salucci

Numero 199 - Maggio 2019

Nel Medioevo l’interesse per la medicina coinvolse anche i monaci dei monasteri. La Regola di San Benedetto da Norcia...


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Nel Medioevo l’interesse per la medicina coinvolse anche i monaci dei monasteri. La Regola di San Benedetto da Norcia (480 - 547), fondatore dell’ordine dei Benedettini, e considerato il padre del monachesimo occidentale, prevedeva anche la cura dei fratelli malati. Il capitolo 36 della Regola recita: “La cura dei fratelli malati sia posta al di sopra di ogni altra preoccupazione. A essi si deve servire come a Cristo in persona; infatti egli stesso ha detto: ‘Ero malato e mi avete visitato’ (Mt 25,36) e: ‘Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me’ (Ib. 40). Ma anche gli infermi da parte loro riflettano che sono serviti per amore di Cristo, e quindi non rattristino i fratelli con pretese esagerate. Bisogna però sopportare i malati con grande pazienza, poiché per mezzo loro si guadagna un premio più grande. Pertanto l’abate abbia molto a cuore che i malati non siano trascurati. Ai fratelli malati sia destinato un locale a parte e un infermiere timorato di Dio, attento e premuroso. Sia loro concesso di fare il bagno quante volte si ritiene utile; invece ai sani, e soprattutto ai giovani, lo si conceda più di rado. -taglio- Ugualmente ai malati molto deboli si conceda anche l’uso della carne per riacquistare le forze; ma quando sono migliorati, se ne astengano come al solito. Insomma l’abate si preoccupi che il cellerario e gli assistenti non trascurino i malati, poiché egli è il primo responsabile di ogni mancanza dei suoi discepoli”. Quest’attenzione particolare verso i malati da parte dei monaci benedettini quindi non si limitava a un mero conforto, in pratica i malati non dovevano semplicemente essere trattati bene, avere un buon giaciglio, un’alimentazione abbondante e un’assistenza continua nell’igiene personale. I malati dovevano essere curati. Questa cosa significava alleviare i dolori, curare le piaghe, capire di quale malattia soffrisse il malato, cosa molto difficile a quei tempi. Quest’approccio sta a significare che i monaci dovevano necessariamente avere anche delle buone conoscenze mediche. Queste conoscenze includevano anche una farmacopea basata sulle piante, che erano coltivate negli stessi conventi. Da queste piante si ricavavano farmaci come unguenti e decotti, ed erano anche conservate per poterle utilizzare nei periodi in cui non crescevano nell’orto, “Orto dei semplici”. I semplici erano varietà vegetali che avevano caratteristiche medicamentose. Per queste attività, assistenza sanitaria e coltivazione delle piante medicinali, era preposto un monaco, monacus infirmarium. In pratica, il monacus infirmarium possiamo considerarlo il “medico” -taglio2- del monastero. Questa importante figura non era facile da sostituire, per cui si rese necessaria una scuola che formasse un nuovo “medico” in grado di sostituire il monacus infirmarium al bisogno. Questa cosa portò i monaci anche a raccogliere l’antico sapere greco e romano e di copiarlo. Furono copiati così anche molti testi di medicina che dovevano servire alla cura dei monaci malati. Ben presto però la medicina monastica non fu solo appannaggio dei frati malati del monastero, ma fu aperta anche all’esterno. I monaci non potevano negare la cura ai fratelli bisognosi che richiedevano la loro opera. Spesso il monacus infirmarium doveva anche recarsi presso il malato che si trovava fuori dal convento. Come poteva rifiutarsi alla richiesta di un soccorso? Inoltre i monaci dovevano anche intervenire per curare viandanti e pellegrini. Così, lungo i percorsi per raggiungere i luoghi di culto, sorsero monasteri con lo scopo anche di soccorrere malati e bisognosi. Questa cosa comportò l’istruzione nell’arte medica di sempre nuovi monaci, tanto che sorsero delle vere scuole cenobitiche di “medicina”.
Nonostante il grande interesse per la medicina e la stessa pratica dell’arte medica svolta dai monaci, il fondamento della medicina monastica restava la speranza che la misericordia di Dio potesse, attraverso la preghiera, ridare la salute.





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