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La forza di rimetterci in gioco

di Franco Salerno

Numero 232 - Luglio-Agosto 2022

La necessità di una metamorfosi che ci rinforzi contro il dolore. Così vissero questo stato d’animo gli intellettuali latini


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L’estate sembra un momento di rilassamento e divertimento e per certi aspetti lo è: utile risulta, infatti, interrompere impegni e tensioni. Ma altrettanto necessario è fare dell’estate un’occasione per tracciare bilanci, valutare il nostro passato e riprogrammare la nostra vita. -taglio-E tutto ciò è ancor più necessario nei giorni presenti, poiché abbiamo vissuto direttamente il dramma della pandemia e indirettamente quello della guerra. Perciò non possiamo non mettere in campo la nostra forza per rialzarci e dichiararci pronti a metterci ancora una volta in gioco. In questo recupero della speranza e dell’impegno fungono da autentici maestri i Grandi della cultura classica. I più illustri pensatori della letteratura latina, da Cicerone a Seneca, ritengono che il vero saggio abbia il dono dell’imperturbabilità: il suo corpo vive tra le angosce e i mali della Terra, ma la sua anima è protesa verso un mondo altro, quasi una sorta di olimpico cielo, non funestato mai da nubi e tempeste, anzi illuminato da un sole sempiterno. Addirittura anche gli autori di commedie avevano ben presente questo concetto del raggiungimento della felicità attraverso la sofferenza. Lo attesta Plauto, che, nella sua “Asinaria”, afferma una splendida sentenza: “Chi sopporta con forza un male in seguito acquista un bene”. Famosa è anche un’altra massima latina: “Per aspera ad astra”, cioè “Attraverso le difficoltà si giunge alle stelle”, che fu affermata da Virgilio e da Silio Italico. E poi fu ripresa anche dagli scrittori cristiani, come San Benedetto, che nella sua “Regola” ricordava ai confratelli che “solo attraverso le asprezze si giunge a Dio”. -taglio2-La Croce divenne, per i grandi devoti medievali, eredi della classicità, come San Francesco, il mezzo che trasformava la sofferenza corporale in letizia spirituale: “Attraverso la Croce alla luce” fu uno dei più famosi proverbi della latinità medievale. “Trasformare sé stessi” deve, dunque, divenire l’imperativo categorico della nostra vita. I Latini, per indicare questo stato della mente e dell’animo, si servirono di un termine greco (“metamorfosi”), che diventò la parola-chiave della cultura romana. Almeno tre cambiamenti furono descritti dalla letteratura latina. Il primo era quello alla base delle “Metamorfosi” di Ovidio, che aprì l’era dopo Cristo. In esse l’autore cantò, tra le altre, le metamorfosi di Dafne in alloro (il simbolo della poesia) e di Narciso innamorato di sé stesso nel fiore corrispondente (si scoprì così il Doppio che è in tutti noi). L’altra opera che esalta il cambiamento sono “Le Metamorfosi” di Apuleio, il filosofo-mago del II sec. d.C., che narra le peripezie di Lucio, trasformato in asino e poi ritornato allo stato umano dopo un processo di iniziazione spirituale. E siamo all’ultimo “cambiamento”: quello della “conversione”, proposto dal Cristianesimo. Una rivoluzione delle coscienze, di cui ancor oggi avvertiamo una intima esigenza.





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