Con “Lapocalisse” Valerio Aprea porta in scena i suoi famosi monologhi, scritti insieme a Makkox, per raccontare di una deriva che, pur essendo davanti a noi, a volte stentiamo a vedere…
Si ascolta, si riflette, e si ride. Tanto. È un riso amaro, ça va sans dire, che fa male perché mette alla gogna i nostri difetti più (mal)celati e le nostre italiche abitudini che spesso senza senso finiamo pure di ostentare, ma alla fine il risultato è la sazietà di uno spettatore che, in circa 90 minuti di one man show, -taglio- ha potuto assistere ad una prova di teatro che non ha nulla da invidiare ai grandi protagonisti della commedia di tutti i tempi. Valerio Aprea con il suo “Lapocalisse”, da noi visto presso il Teatro Pasolini di Salerno, ha dato vita ad una rappresentazione convincente e ben strutturata, cosa che poteva non essere né facile né scontata. Scritto insieme al celebre Marco Dambrosio in arte Makkox, autore e vignettista della trasmissione “Propaganda Live” su La7 in cui lo stesso Aprea è performer fisso, lo spettacolo rivela tutta la sua bravura recitativa che, ovviamente, non era di certo in discussione: dal teatro alla televisione fino al cinema, l’attore interpreta sempre ruoli che gli sembrano cuciti addosso, che non potrebbero essere di nessun altro, e che lo rendono, anche quando non veste i panni del protagonista, un elemento imprescindibile della resa narrativa dell’opera, se non un vero e proprio soggetto iconico della stessa (e basterebbe citare il ruolo di uno degli sceneggiatori in “Boris” per fugare qui ogni dubbio al riguardo). Detto ciò, l’idea di portare in teatro i monologhi ironici scritti da Makkox, capaci di funzionare così bene nel contesto televisivo ma dovendo poi reggere almeno un’ora e mezzo sulla scena, poteva sembrare una scelta oltremodo azzardata. Aprea tuttavia la vince, perché unisce quelle performance in cui rapisce letteralmente i suoi ascoltatori grazie alla sua mimica impeccabile e ad una interpretazione sempre magistrale, ad inframezzi in cui si mette a dialogare con il pubblico col suo consueto garbo, la sua battuta pronta, la faccia furba ma pulita ed ovviamente il “pelo sullo stomaco” di chi ne ha viste e vissute tante. I momenti di dialogo sollecitano l’audience su temi che nessuno si aspetta, e proprio per questo coinvolgono, incuriosiscono e allietano “il giusto” per staccare da un momento all’altro di catarsi recitativa, quando dal piccolo caos generato, la luce converge nuovamente su Valerio ed inizia ancora la magia. -taglio2- Le storie narrate, brevi, apparentemente facili ma sempre sorprendenti, diventano grazie al lui delle scene reali, che stanno accadendo letteralmente in quel momento davanti agli occhi di una platea completamente ammaliata. Gli basta un’alzata di sopracciglio, un braccio ritorto, una “mano a geco” (citando un classico), e l’incantesimo è compiuto: Valerio è narratore, vittima e carnefice, è l’ignaro sornione, è l’inetto che si crede scaltro, è l’impiccione scontroso, il sognatore ispirato o il realista sprezzante. Con ogni monologo, che termina inesorabilmente con quadri dai toni macabri raffiguranti l’arrivo della morte o, appunto, la venuta dell’apocalisse, Aprea sottintende al suo pubblico un messaggio che mai apertamente dichiara ma che ripensando al titolo dello spettacolo dovrebbe al fine risultare cristallino. Tutti quei vizi, quelle velleità, quel cinismo e quei modi di fare, di essere e di vivere che oggi ci fanno così tanto sorridere, ci stano al tempo stesso conducendo inesorabilmente verso la fine del mondo, verso una deriva che non sarà più reversibile, verso un mondo che stenteremo a riconoscere ed in cui odieremo vivere. Nulla tuttavia vuole essere trasferito, non c’è voglia di educare, non ci sono moniti, non c’è né ansia né critica, in “Lapocalisse” si ride e basta, si riflette, questo certamente, e ci si lascia cullare dal suo ipnotico interprete. L’ansia, l’angoscia, le domande, l’identificazione con quei tanti tipi di personaggi narrati, sono tutte emozioni che ti travolgono dopo, che ti attanagliano e ti fanno lecitamente chiedere se è troppo tardi o se c’è ancora, una flebile speranza. E allora si pensa a se magari, tra una battuta e l’altra, forse era celata qualche risposta, qualche indizio sul cosa fare, sul come, sul quando o da dove iniziare. Ma se le risposte a tali quesiti non sovvengono poi subito alla mente, allora potrebbe far bene prendere un nuovo biglietto per una delle prossime tappe, tanto il tour 2026 termina ad aprile, di tempo ce n’è.