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Immigrato? Sì grazie

di Lucia de Cristofaro

Spesso alcune parole assumono un’accezione negativa, perché con esse si desidera delineare un’etnia, un colore della pelle, un pensiero.


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Le parole nascono neutre, ma con il tempo a causa del loro uso sbagliato possono diventare cattive e fare del male, e questo accade ogni volta che “immigrato” o “extracomunitario” diventano termini usati in modo dispregiativo. Nessun italiano si sognerebbe di chiamare un cittadino degli USA, uno svizzero o un inglese “extracomunitario”, e questo avvalora ancora di più la tesi di cui al punto precedente. Quando una parola assume una connotazione così negativa, che per molti casi va ad identificarsi automaticamente con chi delinque, sarebbe giusto pensare di scegliere definizioni diverse nel nostro quotidiano anche da un punto di vista legale, per evitare atteggiamenti discriminatori e marchi che possano nuocere psicologicamente ai diretti interessati, provocando rancore ed abbandono. L’uso della parola “extracomunitario” non si riferisce più soltanto ad una condizione giuridica, ma assume la connotazione di categoria di pensiero che genera esclusione sociale: si pensi al fatto che spesso i rumeni sono considerati dalle comunità extracomunitari ed invece la Romania è in Europa dal 2007. -taglio- E cosa dire, poi, di tutti i figli di immigrati che, pur essendo italiani, dalla loro nascita continuano ad essere additati come appartenenti ad una comunità “altra”, in una dialettica noi-loro che vuole sottintendere quanto ancora non accettiamo le diversità che il futuro ci pone davanti, nonostante i programmi di integrazione culturale e di “incontro di culture”. Continuiamo a guardarci l’un l’altro con diffidenza, questa è la realtà, ed è una realtà che fa male, considerato che abbiamo vissuto lo stesso ostracismo sociale sulla nostra pelle quando, come afferma Stella in “L’Orda”, gli immigrati eravamo noi. Noi italiani che, per oltre un secolo, abbiamo lasciato la nostra Nazione, povera e senza prospettive, con le famose valigie di cartone, la tristezza nel cuore e la paura di un futuro incerto. Quella stessa tristezza e paura che oggi si può leggere negli occhi di chi arriva sui gommoni, attraversando un mare spesso foriero di morte o percorrendo centinaia di chilometri con bimbi piccoli in braccio e nulla più del loro passato se non i ricordi. Certo non possiamo risolvere noi italiani da soli le problematiche sociali e politiche globali, ma non credo -taglio2- si possa nemmeno girare lo sguardo e far finta che non accada nulla o puntare il dito verso coloro che oggi ripercorrono lo stesso viaggio percorso dai nostri antenati, che non possiamo e non dobbiamo dimenticare. Come per quegli emigranti che si chiamavano Pasquale, Gennaro, Maria, Anna, Lucia e così via, chiedevamo giustizia e una vita senza etichette, così quella stessa parità sociale e linguistica non discriminante dobbiamo chiedere per Abba, Badu, Dayo, Bakul, Cuke e tutti gli altri, che allo stesso modo, invece di giungere a Ellis Island, giungono a Lampedusa o ai Confini Est dell'Europa. Loro insieme a tutti i figli di immigrati oggi cittadini italiani devono diventare, semplicemente, uguali a noi, nei diritti e nel lessico, perché la violenza non è solo quella virulenta che colpisce il corpo ma anche quella quotidiana e silente che colpisce l'anima. Se ognuno di noi ripercorre la storia della propria famiglia tutti ritroveremo qualche emigrato, anche se sembra che in troppi oggi l’abbiamo dimenticato, pensando a leggi fuori da qualsiasi logica democratica e civile.





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