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Il super manager del calcio

di Adriano Fiore

Numero 212 - Luglio-agosto 2020

Campano di nascita, ha costruito un impero ed è l’agente dei calciatori più famoso al mondo, al pari di Jorge Mendes. Ecco la sua “visione”, dello sport e della vita…


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Da piccolo si è trasferito in Olanda, dove i genitori erano proprietari di una pizzeria e dove anche lui per un po’ di tempo ha lavorato. Trasformatosi, poi, nel genio che è, nell’accaparrarsi la procura di grandissimi campioni e saperne trarre il massimo dei benefici economici. Di solito si fa spesso notare per l’abbigliamento trasandato e un fisico non certo da sportivo, ma conosce ben sette lingue e ha un grande fiuto per gli affari,-taglio- nonché la capacità di portarli a termine e farli fruttare. Se c’è una controversia tra società e giocatore, a uscirne, il più delle volte, vincitore è il calciatore assistito da Raiola. Ha iniziato la sua carriera con il campionato olandese, oggi dispone di una squadra di osservatori sparsa in il mondo che gli consentono di notare prima della concorrenza un campione nascente. Da più di vent’anni vive a Montecarlo e la sua Agenzia tutela decine e decine di giocatori di altissimo livello, seguendoli dal loro esordio fino al l’apice della carriera calcistica. Un manager che agli occhi dei suoi assistiti ha l’insostituibile pregio di far intascare loro stipendi da capogiro e quasi sempre al rialzo, con il procuratore che guadagna laute commissioni ad ogni cambio di maglia dei suoi fuoriclasse. Secondo “Forbes”, Mino Raiola è tra gli agenti sportivi più ricchi del mondo classificandosi al quinto posto con commissioni intorno a circa 70 milioni di dollari. Attualmente la top ten + 1 dei giocatori a cui fa da agente sono: Kean, Lozano, Thuram, Malen, Pinamonti, Luca Pellegrini, Areola, Kluivert, Bonaventura, Stengs e Boadu. Conosciamolo più da vicino. Cosa ti ha portato ai tuoi livelli? “Essere sempre disponibile per gli altri. Se devo lavare a terra a casa del mio giocatore affinché lui giochi meglio, lo faccio, nessun problema. Bisogna aiutare gli altri. Per quanto riguarda i soldi, ebbene credo che i soldi sono un out-come di un lavoro fatto bene” Quando è iniziata la tua carriera da agente? “La mia carriera è iniziata a 17 anni quando ho fondato una azienda di intermediazione. Se ripenso al nome mi vene da ridere. Si chiamava Intermezzo SpA. Ero intermediatore di tutto, avevo un sacco di clienti, ero bravo a mettere d’accordo due persone, forse questa dote mi era stata data dalla gestione della pizzeria di mio padre, dal parlare ai clienti ascoltando i loro problemi. Ero consulente in tutto. Ho venduto macchine per il riso, ho risolto problemi per immobili. Uno dei clienti del ristorante era il presidente dell’Harleem e io gli dicevo che sbagliava ed era evidente che di calcio non ne capiva niente. Ed ecco che un giorno mi disse, sfidandomi: ‘Fallo tu il direttore sportivo!’. Io accetto la sfida e scopro che i giocatori olandesi, se venduti tra società̀ olandesi, avevano un costo dettato da parametri fissi, mentre se ceduti a società̀ straniere no. Allora ho pensato di proporre alle società̀ italiane di far acquistare i giocatori all’Harleem per conto loro e poi rivenderglieli a costi più̀ bassi rispetto a quelli che avrebbero avuto se si fossero rivolte direttamente alle altre società̀ come l’Ajax o il PSV. Tutte trovarono la cosa geniale.” Tutto è filato sempre liscio? “Assolutamente no. Tanti mi hanno provato a crearmi difficoltà, i famosi bastoni tra le ruote, ma a me le difficoltà divertono. Con la mia famiglia abbiamo affrontato tante difficoltà, ma avevamo spalle solide per lavorare e puntare in alto, cosa che ho appreso dai miei genitori.” -taglio2- Gestisci da Montecarlo tutti i tuoi affari? “In buona parte si, oltre a viverci ho a Monaco anche i miei uffici. Stiamo però aprendo anche in Cina e ne ho altri in Brasile dove ho aperto una struttura per portare i ragazzini a scuola, tenerli lontani dalla strada, e dalla droga. Da lì stanno uscendo giocatori importanti.” Come recluti chi lavora per te? “Li ho trovati tutti per caso, se si instaura un rapporto empatico, iniziamo. Per me la cosa più̀ importante è la fiducia, devono avere la mia stessa energia e devono saper fare quello che faccio loro. Questo lavoro non è come un’azienda che chiude alle sei di sera. Non bisogna vergognarsi, per esempio, di fare un trasloco per un proprio giocatore. L’altro giorno ho visto l’intervista di Simon Peres, diceva una cosa molto interessante: non credere nel tuo ego, ma mettiti a disposizione degli altri. Io credo che questo sia il segreto. Simon Peres l’ho sempre ammirato. Nel calcio specialmente ci prendiamo troppo sul serio, ma le vere trattative sono altre, sono quelle che si fanno sui tavoli di pace e di politica internazionale.”
Ci racconti il tuo incontro con Moggi? “Beh! Non è stato idilliaco lui voleva farmi credere che controllava tutto il calcio italiano, ma di fatto era uno specchietto per le allodole, per chi si faceva intimorire e quindi non avanzava con le proprie trattative, ma si rivolgeva a lui intimorito. Cosa che non ho fatto io. Poi è nato un grande rapporto.” Quante volte ti chiamano i giocatori? “Dipende, ognuno di loro è diverso e quindi io ho tanti diversi modi di relazionarmi. Ad esempio Pavel chiamava una volta ogni tre mesi, Zlatan, invece, chiama anche cinque volte al giorno, Mario, poi, riesce anche a chiamare tre volte in 10 minuti, poi, però, se le cose vanno come dice lui non chiama per varie settimane.” Cos’è la cosa più importante nella vita di Mino Raiola? “La famiglia prima di tutto e la felicità, nulla ha senso se non sei felice, anche sul lavoro devi avere, tra mille problematiche, la sensazione che stai bene e che stai facendo una cosa che ti piace fare.” Parliamo di Covid-19, con la tua Agenzia sei sceso in campo? “Certamente, non potevo stare a guardare. Con i calciatori Gianluigi Donnarumma, Kluivert, De Ligt, Kean, Luca Pellegrini, Bonaventura, Alessio Romagnoli, Pinamonti, Izzo, Wesley, Abate, De Vrij, Mkhitaryan e Balotelli, ho realizzato il video ‘We are one against Covid-19’ in cui i calciatori hanno dedicato un pensiero all'Italia, richiamano alle regole da rispettare. Abbiamo dato il nostro contributo anche donando respiratori e mascherine ad alcune delle principali strutture ospedaliere delle zone più colpite dal Covid-19. Sono convinto che ognuno deve fare la propria parte per aiutare gli altri. È questo il vero senso della vita.”





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