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Il ruolo del poeta

di Pasquale Matrone

Numero 200 - Giugno 2019

Impossibile intuire e raccontare l’indefinibile: si può solo studiarne il perimetro o ipotizzarne, sia pure tra nebbie, la soglia


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Impossibile intuire e raccontare l’indefinibile: si può solo studiarne il perimetro o ipotizzarne, sia pure tra nebbie, la soglia. I poeti, pertanto, non possiedono ‘la parola’, ‘la formula’ adatta a svelare ‘mondi’ a coloro che ne ascoltano i versi. Non sanno neppure se mai avranno la capacità di lanciare uno sguardo sul Mistero, di là dal ‘muro scalcinato’ di cui parla Montale. Mentirebbero, perciò, anche a sé stessi, se -taglio-solo pensassero o dichiarassero di essere in grado di cogliere ‘l’ultimo segreto delle cose’, grazie a una rapida quanto improbabile epifania; e, anche se, per grazia o per caso, l’illuminazione dovesse arrivare, non potrebbero dirsi sicuri di riuscire a darle forma, ritmo, musica. Talvolta l’ispirazione li trova fragili, impreparati a reggerne il peso, privi delle risorse necessarie a discernere le parole, proprio quelle che servono, le uniche e insostituibili per esprimere, con voce inconfondibile per altezza timbro e tono, quello che hanno capito. Sanno, forse. E, tuttavia, faticano a scegliere le note, a costruire uno spartito comprensibile armonioso originale e convincente. Un poeta onesto, dunque, non è un maestro di pensiero, né un profeta, né tanto meno un oracolo. Consapevole di ciò, non pontifica, non si erge a paladino della giustizia, non recita la parte del messia, non è prodigo di sentenze a buon mercato, magari in qualità di opinionista sedotto dalle effimere e cangianti luci della ribalta...-taglio2- La premessa vuole essere utile a chiarire il significato del termine poesia e, di conseguenza, il ruolo da attribuire al poeta. E questo, con l’intento, di sgomberare il campo da equivoci, deliri di onnipotenza, narcisismi, messianismi, populismi e autoreferenzialità. Il poeta canta. Se lo fa bene basta. L’unico suo ruolo è questo. E, ove mai ci si ostinasse a chiedergli altro, la sua lealtà gl’imporrebbe di confessare di saper dire solo “ciò che non è e ciò che non vuole.” E quelli che cantano con voce fioca, inadeguata o stonata devono, forse, smettere di cantare? Devono vergognarsi di avere osato tanto, sentirsi ridicoli? Certamente no. Chi cerca la poesia ha desiderio d’innalzarsi in volo, di sfiorare la bellezza, di avvertirne il profumo e l’armonia, almeno. Perciò merita rispetto, sempre. A dare sostegno a questo convincimento, bastano le parole di Wislawa Szymborska: “Preferisco il ridicolo di scrivere poesie al ridicolo di non scriverne.”





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