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Il mondo dei perdenti

di Adriano Fiore

numero 178 - Giugno 2017

È così che Trump ha recentemente chiamato i terroristi, “losers”, perché, sempre seguendo uno dei suoi intricati ragionamenti, affibbiandogli l’etichetta di “mostri” potevano addirittura sentirsi lusingati...


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Il terrorismo dei perdenti è quello di coloro che, inneggiando a chissà quale Dio, religione o nemico da combattere, uccide ragazzi innocenti e relega il nostro mondo in un triste clima di paura collettiva e costante. I terroristi sono perdenti perché hanno rifiutato di combattere la guerra delle idee per passare a quella di fatto, e si sa che quando dalle parole si passa all’uso delle “mani” – per picchiare o fabbricare bombe – qualsiasi briciolo di ragione viene spazzato via dal torto marcio. Siamo però sicuri che gli uomini e le donne dell’Isis siano gli unici a non aver capito niente del mondo moderno? Solo da poche settimane è salito all’onore delle cronache il terribile fenomeno denominato “Blue Whale” che, come tutte le perversioni della rete, si sta diffondendo a macchia d’olio in tutto il pianeta. Per chi non sapesse di cosa si tratta, potremmo riassumere la cosa - essenzialmente – in una serie di comandamenti dettati da un fantomatico “curatore”, seguiti alla lettera da teenager depressi e probabilmente disadattati che, dopo 50 giorni, sono da questi chiamati a suicidarsi buttandosi dalla finestra con una balena disegnata sulla coscia. -taglio- Può sembrare assurdo, ma le nostre realtà sono sempre più piene di ragazzini che, inspiegabilmente, entrano in questo circolo mortale e compiono l’estremo gesto fra lo sgomento generale. Ora la domanda è semplice: se l’Occidente ha costruito una società in cui è possibile che giovani uomini e donne decidano di mettere la propria vita in mano a dei folli arrivando a fare gesti insensati e, soprattutto, senza che nessuno si accorga di questa lunga agonia fatta di vene tagliate e notti insonni davanti a film horror, chi sono i veri perdenti? O meglio, quali sono i termini della sconfitta, quale la nazionalità o l’etnia di chi, con il suo modo di vivere, ha reso questo mondo un posto peggiore per tutti indistintamente? Sono passati più di quindici anni da quando, senza successo, abbiamo iniziato a cercare una spiegazione al fenomeno del fondamentalismo, del terrorismo e di tutte le perverse dinamiche internazionali di cui abbiamo preso coscienza mentre ancora si scavava a Ground Zero. Col tempo le domande non hanno fatto che aumentare, e l’unica risposta o -taglio2- soluzione che al “mondo libero” è venuta in mente è stata quella di usare le bombe e di radere al suolo paesi e civiltà. Ora, dopo solo pochi anni, ci troviamo di fronte ad una nuova sfida interpretativa, questa volta legata non a realtà lontane migliaia di kilometri ma lanciataci da chi, magari, abita la cameretta accanto alla nostra. Non capire i segnali di un figlio o una figlia prima che questi possano intraprendere un percorso senza uscita – che può coincidere anche con altre degenerazioni come droga o alcol – ci rende cechi dinanzi al piccolo microcosmo che abbiamo creato noi stessi. Con una simile cecità, uscire di casa con la presunzione di descrivere la cura per i mali del mondo è un ardore impensabile anche per il peggiore dei personaggi di Saramago. O forse, data l’ira funesta e l’agire affannoso e insensato di molti, l’immagine che meglio rende il nostro modo di affrontare il mondo sono i tori di Pamplona evocati da Fabri Fibra, impegnati in una corsa disperata e inutilmente sanguinosa, verso una morte (anche solo sociale) certa per tutti.





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