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Icone di eroismo

di Franco Salerno

Numero 207 - Febbraio 2020

La cultura classica ci suggerisce insospettabili modelli di coraggio


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In una società, come quella moderna, in cui si ha bisogno di miti e di guide, sentiamo sempre più parlare di icone, termine di origine greca che letteralmente significa “immagini” e in senso più ampio indica figure o personaggi emblematici di un’epoca, di un genere o di un ambiente. Spesso le icone ci “rapiscono” tanto da diventare parte integrante del nostro modo di essere. -taglio- Ci chiediamo, allora: potrebbe essere un fenomeno radicato nell’immaginario collettivo? Se volgiamo lo sguardo alla cultura classica, daremo sicuramente una risposta affermativa, soprattutto se indaghiamo alla ricerca di icone della combattività e dell’eroismo. Cominciamo con il ricordare che a queste doti gli antichi Greci venivano educati. E non solo i maschi, ma anche le donne. Per le quali era previsto un rito di iniziazione: la cosiddetta cerimonia della “arktèia”, cioè il “ballo dell’orsa”, così denominato in quanto era effettuato in onore della dea Artemide, rappresentata sotto di forma di orsa. Durante questo rito, le giovani dovevano eseguire una danza, mimando i movimenti delle orse. Questo per consentire alle ragazze di manifestare all’esterno la propria forza, per imparare a difendersi e a manifestare la parte più combattiva del loro carattere. Sull’eroismo di un'intera gente circolava poi in Grecia e a Roma un celebre motto, citato da Cicerone (I sec. a. C.) nelle sue "Tusculane": "E noi combatteremo all'ombra". Questa frase fu pronunciata dal re spartano Leonida, comandante dei Trecento alle Termopili. Poiché, infatti, gli fu detto che, quando gli avversari Persiani avrebbero attaccato battaglia, i dardi scagliati avrebbero oscurato la luce del sole, lui rispose, fiero e audace, che per gli Spartani questo non sarebbe stato ostacolo e motivo di paura: essi avrebbero "combattuto -taglio2- all'ombra". Come sappiamo dagli storici Erodoto e Plutarco, i Trecento, compreso Leonida, furono uccisi dai Persiani, che però riportarono vistosissime perdite, sì che quella degli Spartani fu una vera e propria vittoria morale, diventando un’icona nell'immaginario collettivo dell'Occidente. Ritornando ai personaggi femminili, va ricordato che a Roma la donna (termine che deriva dal latino “domina”, cioè “signora”) incarnava la potenza dell’Urbe. Profondo era, in questa città, il carisma delle matrone, spesso vere e proprie “vicarie del maschio”: si ricordi il discorso della madre di Coriolano, che capeggiò un’ambasceria di donne per chiedere al figlio di porre fine alla guerra contro Roma. Ella fieramente sentenziò: "Se non potremo fare altro, sapremo almeno morire nell'atto d'implorare per la patria." E, talvolta, erano eroiche anche le schiave: una di esse, dal nome benaugurante (si chiamava Tutela), insieme a delle amiche riuscì a penetrare nell’accampamento dei Galli, pronti a sferrare l’attacco decisivo contro Roma. Ebbene, esse, rischiando la vita, fecero ubriacare i soldati nemici, che poi furono facile preda dell’esercito romano. Questo fu un gesto che la tradizione romana lodò altamente, sì che Macrobio affermò nei suoi “Saturnali” che nessun nobile sarebbe stato capace di una simile audacia. Se oggi riuscissimo a rendere attuali queste icone, forse la nostra società sarebbe migliore.





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