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Gesualdo

di Yvonne Carbonaro

Numero 182 - Novembre 2017

Il castello-fortezza in Alta Irpinia che fu feudo e rifugio del principe dei madrigali


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Nel paese di Gesualdo in provincia di Avellino ogni cosa, a partire dal nome, rimanda a Carlo Gesualdo (Venosa 1566 – Gesualdo 1613) il principe musicista che verso la fine del ‘500 aveva trasformato in residenza la rocca edificata dai Longobardi nella metà del VII secolo. L’imponente castello, che domina la Valle del Calore e il paese, si presenta oggi delimitato da quattro torrioni circolari e una corte centrale in stile rinascimentale con un pozzo. Lo stemma gentilizio con un leone rampante inquartato con i simboli nobiliari delle famiglie che si incrociarono, compare dipinto sul soffitto di ingresso che immette alla corte e sulla parete. Dopo la rampa in salita pavimentata di grossi ciottoli si giunge all’imponente portale di ingresso. La cittadella contava su cantine adoperate come dispense che comunicavano con le cucine attraverso uno stretto passaggio a scalini, e cantine per la conservazione dell’olio e altre per le botti del vino che si possono ancora visitare. La visita (guidata) al Castello però va concordata in precedenza con la Pro-Loco. -taglio- Il complesso nei secoli andò decadendo e con il terremoto dell’80 subì gravi danni. Recenti restauri stanno procedendo al recupero della struttura e dei vasti appartamenti che vengono riaperti al pubblico per incontri culturali, concerti e manifestazioni dedicate alla storica figura di Carlo Gesualdo appartenente per linea paterna ad una delle grandi famiglie della nobiltà napoletana, e per linea materna ai Borromeo: San Carlo Borromeo era fratello di sua madre. Il Principe dopo aver fatto uccidere in un agguato nel 1590 la moglie Maria d'Avalos e l’amante Fabrizio Carafa, fuggì da Napoli e si rifugiò nell'inaccessibile e inespugnabile castello-fortezza di Gesualdo. Il processo venne archiviato subito dopo la sua apertura: era delitto d’onore! “la causa giusta dalla quale fu mosso”, secondo la sentenza del Viceré. Per timore di rappresaglie da parte dei parenti degli uccisi, si chiuse comunque in isolamento per più di tre anni, quando poi si recò a Ferrara per sposare Leonora d’Este, volendo il duca d’Este imparentarsi con il Cardinale Borromeo. Da lei ebbe un figlio che poi morì. Rese infelice anche la seconda moglie con maltrattamenti, tradimenti e avarizia. Nel castello creò una corte sfarzosa e vi fece realizzare un teatro per la rappresentazione delle sue opere e una stamperia per la pubblicazione dei testi musicali che erano la sua passione e la sua ragione di vita. Fu infatti un madrigalista insigne e la sua musica è stata sempre più apprezzata e rivalutata a partire dal XX secolo grazie ad Igor Stravinsky, che ne fu grande ammiratore. Per lavarsi l’anima aveva fatto costruire il Convento dei Cappuccini e nel 1609 commissionò “La Pala del Perdono” nella vicina Chiesa di S. Maria delle Grazie dove è stata ricollocata dopo il restauro dei danni del terremoto -taglio2- dell’80. Nella tela attribuita a Giovanni Balducci appare il Principe che in ginocchio, con le mani congiunte in atto di preghiera accanto al santo zio cardinale Carlo Borromeo, con l'intercessione in alto della Vergine e dei Santi chiede perdono per il suo duplice assassinio a Cristo giudicante. Dal lato opposto anche Leonora è in preghiera e al centro un angioletto ricorda il loro figlio morto bambino. Secondo alcuni la tela votiva raffigurerebbe invece la richiesta di perdono per tutta l'umanità peccatrice in generale. L'antico abitato si sviluppa lungo stradine, scale e gradinate in pietra locale, sulle quali si affacciano i palazzi signorili, una volta residenza delle famiglie della Corte rinascimentale del Principe e varie belle chiese. Imponente la Chiesa del Rosario che domina la piazza e i bastioni del castello e dove in agosto si celebra la festa con il tradizionale "volo dell'angelo”. Caratteristica la grande fontana seicentesca, con tre vasche circolari, realizzata in marmo onice di Gesualdo. Molto conosciuti sono infatti i marmi che lì si estraggono, di color giallo con venature, ampiamente utilizzati, insieme a quelli policromi di Vitulano (Bn), da Vanvitelli per la Reggia di Caserta: i Borbone, piuttosto che importare dall’estero, puntarono sempre alla valorizzazione e all’utilizzo delle risorse del Regno. La fertile campagna irpina circostante produce oltre ad ottimi vini e olio, una grande ricchezza di frutti: pere, mele, sorbe, prugne, e di ortaggi di ogni genere tra cui i celebri “acci” locali: i sedani e i “pomodori seccagni” che sono annoverati tra i PTC (Prodotti Tipici Campani). La cucina locale offre pietanze di origine contadina di grande qualità e genuinità.


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