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Francesco Acquaroli

È difficile fare il cattivo

di Di Maresa Galli

Numero 215 - Novembre 2020

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I personaggi ai quali dà vita sul grande e piccolo schermo sono complessi, sfaccettati e spesso spietati. Acquaroli, tuttavia, riesce sempre a farne trapelare un’umanità spiazzante, dimostrando una bravura propria solo dei grandi


Un curriculum artistico invidiabile, tra cinema, televisione, teatro, con tanti personaggi resi indimenticabili dal suo talento: Francesco Acquaroli è il celebre boss Samurai della serie Netflix “Suburra” (I, II e III stagione), ma sono tanti i personaggi, oltre i “villain”, da lui interpretati. Diretto da grandi registi teatrali (Luca Ronconi, Elio De Capitani, Mario Missiroli, Giuseppe Patroni Griffi) -taglio-è amato anche da grandi autori del cinema: Daniele Vicari, Diego Bianchi, Abel Ferrara, Fiorella Infascelli, Nanni Moretti, Sydney Sibilia, Matteo Garrone, Gabriele Muccino, Goran Pascaljevich, Costa Gavras. Nel 2017 ha ricevuto il “Premio Alberto Sordi - Miglior attore non protagonista” per il film “Sole, cuore, amore”. Tra i protagonisti delle più famose serie tv: “Romanzo criminale”, “Rocco Schiavone”, “Solo”, “Distretto di polizia”, “Avvocato Porta”, “Squadra antimafia 7”, è tra i protagonisti della IV stagione dell’acclamata serie americana “Fargo”. Ai lettori di Albatros racconta i suoi nuovi impegni, che ne valorizzano bravura e carisma. Inevitabilmente cominciamo facendo riferimento al suo ruolo di Samurai nella fortunata serie Netflix “Suburra”. Si dice che interpretare i “villain” richieda grande impegno ma dia anche grande soddisfazione: è un modo per esorcizzare il nostro lato oscuro? “Il rapporto con il potere e il libero arbitrio sono le questioni cardine della vicenda umana o della comédie humaine, come la chiamava Balzac con meravigliosa leggerezza e, naturalmente, sono al centro dell’indagine artistica di ogni tempo. Avere la possibilità di confrontarsi con questi temi è ciò che rende il mio lavoro così appassionante. Ad esempio, è appassionante trovare il lato positivo dei personaggi negativi e, viceversa, scoprire il mondo oscuro di quelli buoni, perché è vero quello che Lei dice: nessuno è totalmente definibile in un modo, ma la questione è trovare il punto e le ragioni per cui queste definizioni entrano in crisi. Cos’è che può farci perdere il nostro equilibrio? Cosa c’è oltre i nostri limiti? Queste sono domande che spesso sono “costretto” a pormi quando devo interpretare un personaggio villain. Non userei il termine esorcizzare, cioè allontanare, rimuovere; preferirei dire conoscere, affrontare e quindi disattivare, superare, rendere inoffensivo. Le donne si riprendono lo spazio, come è giusto che sia. In “Suburra” si è creata subito una bella atmosfera. Abbiamo lavorato benissimo, c’è un senso di compiutezza. Ne siamo fieri. Sono molto contento di questa esperienza, sono stati tre anni bellissimi; c’è la tristezza che tutto questo finisca, ma c’è anche la soddisfazione di aver creato tutti insieme un ottimo prodotto.” Nel film “Adults in the room” di Costa Gavras, tratto dal libro omonimo di Yanis Varoufakis, lei ha interpretato il ruolo di Mario Draghi, ex governatore della Banca Centrale Europea. Nel film “I Migliori Anni” di Gabriele Muccino ricopre il ruolo di un senatore coinvolto nello scandalo “Mani pulite”: il potere corrompe ma nessuno è mai totalmente buono o cattivo? “Il fascino del male ha sempre esercitato un certo gradimento sul pubblico. Pensiamo al “Riccardo III” di Shakespeare che rappresenta il male assoluto. Forse un fondo di cattiveria lo abbiamo tutti e vederla esercitare al cinema o in tv porta alla catarsi da parte di chi guarda. Il senso dell’arte, e il cinema benché in settima posizione è comunque un’arte, credo sia proprio nella ricerca instancabile di più consapevolezza, più coscienza di sé, per rubare un pezzetto di luce al mistero della vita. In questo senso credo, anzi meglio, sento che arte e scienza camminino insieme nella stessa direzione perché rispondono alla stessa necessità: uscire dalle tenebre e acquisire maggior potere. Ecco che torna il grande tema: il potere, cioè l’elisir che fa di noi un dio!! I grandi autori di teatro hanno sempre indagato questo tema che, ripeto, è centrale perché riguarda tutti noi ed è presente in ogni momento della nostra vita.” Lei è uno dei protagonisti della quarta stagione della famosa serie americana “Fargo”, nel ruolo di Ebal Violante, il consigliere della famiglia mafiosa italiana Fadda. La serie, girata a Chicago e già uscita in America, è trasmessa da poco anche in Italia. Nota una differenza nella regia e nella lavorazione nel cinema americano rispetto alle serie nostrane? “Beh “Fargo” rappresenta quel genere di cinema americano che amo da sempre, e farne parte è quanto di meglio potessi sperare di realizzare. Tornando alle serie tv e al cinema (che poi è sempre teatro anche se tecnologico) sono appena tornato da un’esperienza in America che posso definire un sogno che si è realizzato! La lavorazione è stata faticosa ma divertentissima perché ho molto amato il personaggio di Ebal Violante, il freddo consigliere della mafia italoamericana anni ‘50. La serie tv, che qui in Italia è trasmessa su Sky, parte da una situazione realmente accaduta: nel secondo dopoguerra anche negli USA ci fu una massiccia emigrazione interna da sud a nord, non per motivi economici come da noi, bensì razziali. I non-bianchi, e tra questi anche gli italiani, preferirono trasferirsi verso il più tollerante nord e i fatti che raccontiamo si svolgono a Kansas City, Missouri, dove le criminalità organizzate afroamericana e italoamericana finiranno per incontrarsi. La differenza non sta nel lavoro, sul set, dove mi sono trovato subito a mio agio. La differenza sta nell’organizzazione diversa: si tratta di condizioni economiche totalmente differenti, dove negli Stati Uniti c’è un mercato interno quintuplo del nostro, dove si parla inglese, c’è una scrittura molto curata con alle spalle un lavoro di anni. Tutto funziona a meraviglia, in condizioni che noi non abbiamo. Che noi siamo bravi è fuori di dubbio. Non dobbiamo nemmeno pensare al fatto che nel nostro cinema abbiamo avuto dei geni: è vero, ma i geni non fanno numero. La cinematografia ha bisogno di serietà, organizzazione e programmazione. Noi abbiamo minori possibilità economiche e, dunque, dobbiamo pensare diversamente. La scrittura è molto importante. Con tutte queste piattaforme il confronto non è tra paesi vicini ma tra mercati sempre più ampi, come quello coreano, straordinario: dobbiamo essere a livello! “Parasite” è un film perfetto in tutto.” In questi giorni sta partecipando alle riprese della serie televisiva “Alfredino - una storia italiana”: se indimenticabile è la vicenda tragica del bimbo morto in un pozzo artesiano a Vermicino, discutibile fu, nel giugno dell’ ‘81, la copertura totale che i media dell’epoca diedero dell’evento, primo caso di morte in diretta, con troppe, asfissianti telecamere… Lei interpreta Elveno Pastorelli, il capo dei Vigili del Fuoco responsabili delle operazioni di salvataggio, un ruolo di grande intensità… “Sono grato a Marco Pontecorvo del mio ruolo, quello di Elveno Pastorelli: di solito faccio il cattivone, in questo film un personaggio positivo. È un lavoro particolarmente difficile perché vogliamo rendere quel dolore insostenibile che investì prima di tutto la famiglia Rampi, e che poi raggiunse ogni casa, ogni famiglia. Stiamo rivivendo questa storia angosciosa, terribile, in occasione del quarantennale (nel 2021), momento nel quale l’Italia creò il reality, momento cruciale per i media, la comunicazione. Ma è anche uno dei rari momenti nei quali l’Italia si è sentita una, abbracciata attorno a quel pozzo malefico. Ho conosciuto Pastorelli attraverso gli occhi e i racconti dei suoi vigili e del suo più stretto collaboratore, Piero Moscardini, che è anche un personaggio della fiction, che mi ha fatto visitare il comando provinciale dei Vigili del fuoco di Roma, dove la sala più bella è intitolata a Pastorelli e dove mi hanno regalato un elmo; tutti nutrivano per quell’uomo grande devozione, rispetto: era molto amato. Nella serie raccontiamo le maledette 60 ore dei tentativi di salvataggio. È una serie scritta molto bene, che si avvale della showrunner Barbara Petronio, head writer anche di “Suburra”; ci conosciamo da tempo, una solida certezza, un valido elemento del cinema italiano.” Dopo il suo film d’esordio, “Diaz” e “Sole, cuore, amore”, è nuovamente diretto da Daniele Vicari nel film “Il giorno e la notte”, che presenterà al Festival di Torino: un film per rileggere le nostre vite e relazioni affettive alla luce del Covid… Hanno chiuso teatri e sale cinematografiche… Come saranno le relazioni umane nel post Covid? “Non credo alla favola che tutto finirà: bisogna capire e organizzarsi meglio. I nostri ritardi sono trentennali, le nostre lacune datano anni: non si poteva fare tutto in poco tempo. Il film con Vicari è stata un’esperienza bellissima. Era il 15 marzo 2020, ero appena tornato da Chicago dove mi ero trasferito ad ottobre 2019, e sono rientrato in pieno lockdown. Con Daniele abbiamo scritto spaccati di vita familiare in un interno. Nel film ho fatto coppia con mia moglie, Barbara Esposito, e anche le altre sono tutte coppie. È un film bello, sorprendente, e già se lo contendono vari festival. Siamo molto contenti: è stata un’esperienza pazzesca, noi attori abbiamo fatto tutto da soli, obbedendo al lockdown. Il materiale da visionare ci veniva lasciato fuori la porta. Abbiamo allestito anche il set, preparavamo le luci, guidati dai vari capireparto. È stata un’esperienza buffa, divertente, faticosa, che ci ha visti stanchi ma contenti, entusiasti. Sarà una bella sorpresa!”

Lei è anche apprezzato attore teatrale, diretto da grandi registi. Quando tornerà a calcare le scene? “Il teatro è la casa di ogni attore e di ogni spettatore, è il posto dove cominciamo a guardarci allo specchio, anche se non impareremo mai abbastanza a farlo. In questo periodo così difficile il teatro è in grande sofferenza ma io rimango ottimista perché non si potrà mai farne a meno e, anzi, sto progettando con Gianni Clementi di mettere in scena un suo meraviglioso testo, “L’ebreo”, per la prossima stagione. Vedremo…”

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