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ERMAL META

La mia tribù

di Claudia Minichino

Numero 219 - Aprile 2021

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Dopo l’esperienza sanremese il cantautore lancia il suo disco “tribù urbana”, sintesi perfetta del grande percorso fatto fino ad oggi, con un occhio e una speranza per il domani. Suo e di tutti noi…


Non ha bisogno di troppe presentazioni, Ermal Meta ormai si è consolidato come uno dei cantautori più apprezzati della musica italiana contemporanea. A Sanremo 2021 si è classificato terzo e la sua canzone “un milione di cose da dirti” ha riscontrato un notevole apprezzamento dal grande pubblico. Il 12 marzo è uscito l’album “tribù urbana”, che contiene anche il singolo sanremese. Il disco sta avendo già un grande successo e nell’ultima settimana di marzo è stato premiato come “album più venduto della settimana” e “vinile più venduto della settimana”. Nell’intervista emerge la grande maturità artistica di Ermal Meta ed anche il suo viscerale rapporto con la musica, la solitudine, la vita, l’arte. Con lui abbiamo senz’altro parlato della sua esperienza a Sanremo ma anche del significato del suo album, della solitudine dell’artista e di molto altro… Partiamo dalla tua ultima esperienza, quella sanremese, con “Un milione di cose da dirti”. Una frase in particolare sembra aver colpito molto il pubblico: “Se non riesco ad alzarti, starò con te per terra”. L’impatto è forse legato al momento storico? “Si, questa è la mia frase preferita della canzone quindi sono contento che tu l’abbia citata. Però credo, d’altra parte, che alcune frasi risaltino per contrasto. Secondo me, la costruzione di un testo è importante. Faccio un esempio; immaginate una canzone come una strada cosparsa di pietre. Le pietre sono le parole. Se una persona, camminando su questa strada, inciampasse ogni due per tre, non arriverebbe mai alla fine. Trasportando ciò sulla musica, per questa persona sarebbe molto difficile arrivare alla fine della canzone e rimanere incastrato, legato ad essa. Se invece ci sono tante pietroline su cui puoi camminare e poi c’è qualche pietra un po’ più grande su cui inciampare, riesci ad ottenere un risultato migliore. Quindi io sono contento che questa frase sia risaltata a te e a tutti; ma io credo anche che sia risaltata perché la costruzione che ho fatto del testo ha fatto sì che le persone potessero inciampare su quella pietra un po’ più grande delle altre.” Da un anno ormai stiamo combattendo contro un virus che ha modificato la nostra vita. Com’è cambiata, a fronte di ciò, la tua persona in questo periodo e il tuo modo di scrivere e di fare musica? “Beh, sicuramente questo è stato un anno stravolgente. Diciamo che quando perdi la quotidianità delle piccole cose – almeno questo è quello che è successo a me – ti rendi conto che hai veramente bisogno di pochissime cose che davi per scontato per essere felice. Almeno io ho scoperto una certa essenzialità all’interno delle mie giornate. E probabilmente questa cosa si è riversata anche sulla mia scrittura, almeno sul mio ultimo album. Stesso la canzone che ho portato a Sanremo, è una canzone che avevo nel cassetto e che mi è venuta a cercare proprio mentre componevo la track list di tribù urbana, e mi è sembrata totalmente in linea con l’essenzialità che mi sono trovato a desiderare nel corso dell’anno passato ma che, a dire la verità, desidero tutt’ora.” Ci racconti di questo disco in uscita “Tribù urbana”? “Intanto voglio dire che sono molto orgoglioso di questo album e non vedevo davvero l’ora che uscisse. E’ un album che ha undici tracce al proprio interno, molto diverse l’una dall’altra ma che in realtà hanno un filo conduttore che le lega. Io ho voluto rappresentare, sia a livello sonoro che testuale, proprio uno spaccato cittadino, urbano. Oggi le città, sempre più grandi, sembra che creino distanza tra le persone; in parte è vero, ma in fondo quello che tutti noi temiamo è di tornare a casa la sera ed essere soli. Questo m’ha fatto pensare alle tribù del passato, dove non si stava mai lontani gli uni dagli altri. Così ho cercato di mettere insieme queste due cose, difatti ‘tribù urbana’ sembra quasi un ossimoro. Così come, d’altronde, anche le tante canzoni al suo interno potranno sembrare tanti piccoli ossimori, perché sono diverse nei vestiti. Però anche le nostre città sono così, ricchissime di contraddizioni e diversità; e forse questo contribuisce a renderle quello che sono, nel bene e nel male.” Si parla spesso della solitudine dell’artista, e dalle tue canzoni traspare un po’ questo concetto. Che rapporto hai con la solitudine? “Beh, ti confesso che mi sono sentito solo molte volte. Però a volte ho anche scoperto che la solitudine l’ho spesso cercata. L’ho cercata per poter scrivere, per poterla colmare. Tanti anni fa ho conosciuto una persona meravigliosa che mi augurò di non colmare mai i miei vuoti, perché a quel punto non mi sarei mai più potuto sentire solo. E quando non ti senti più solo non hai più voglia di ritornare lì, nella solitudine, e quando colmi tutti i vuoti forse non hai neanche più voglia di scrivere. Credo che questa persona abbia profondamente ragione. La solitudine non è mai vuota, per questo so che quando vorrò scrivere l’andrò a cercare, in quella stanza le cui chiavi ho solo io.” Qual è il fil rouge che unisce tutti i brani del tuo nuovo album? “Questo album ha molti colori al proprio interno. Naturalmente, per quanto i colori siano diversi, sono sempre colori. Questo è un album ricco di storie, e le storie permettono alle persone di vedere ciò che ci lega gli uni agli altri, permettono di vedere l’insieme di cui facciamo parte. Almeno questo è quello che penso o, quantomeno, quello che ho sentito mentre componevo quest’album. Spesso quando scrivo una canzone mi immagino sempre di cantarla su un palco. La prospettiva che ho sempre avuto nei precedenti dischi, però, è stata sempre dal palco verso il pubblico. In questo disco invece, siccome non riuscivo nemmeno ad immaginarmi su un palco, mi sono immaginato in platea. Ho così scritto delle canzoni immaginandomi di essere circondato da alcune persone. Mi sono anche ritrovato a chiedere a delle persone immaginarie ‘com’è? Ti piace?’ (ride, ndr.). Però, ecco, ho continuato a parlare incessantemente durante la stesura.” Se dovessi scrivere oggi una canzone d’amore, che sonorità avrebbe? “In questo momento ho una gran voglia di immaginare una canzone semplicemente chitarra e voce, totalmente essenziale. So che si potrebbe pensare “madonna che palle!” (ride, ndr.), ma la verità è proprio questa. Anzi, se devo dirtela tutta, anche ‘un milione di cose da dirti’ volevo portarla a Sanremo chitarra e voce, solo che mi sembrava uno spreco incredibile non utilizzare l’orchestra messa a disposizione dal Festival. Tuttavia, sono ancora in quel momento lì: l’essenzialità delle cose e così anche della musica.”

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